Il documentario 12 Dicembre sulle morti bianche Il grido di un lavoratore: io sogno la rivoluzione Pier Paolo Pasolini e Carrara, una storia che parte da lontano. E che è tornata alla ribalta con una targa: «All'interno di questo cinema nel 1973 Pier Paolo Pasolini guardò "Il padrino" senza pagare il biglietto». La scritta compare su una targa di marmo bianco posta sulla facciata del Supercinema, a Carrara. Si tratta della "Fake history" di Francesco Fossati, nato a Monza nel 1985 e diplomato all'Accademia di Brera, vincitore del Forum nazionale di scultura contemporanea, riservato ai giovani artisti e organizzato dal club Unesco "Carrara dei marmi", in accordo con la propria Federazione nazionale e dai laboratori artistici Nicoli, grazie alla collaborazione di Sovrintendenza, assessorato alla cultura di Carrara ed Assindustria, che ha fornito all'artista i marmi necessari al suo progetto Nove targhe, lo ricordiamo, dedicate ad altrettanti personaggi, poste su edifici del centro con scritte verosimili di fatti in realtà mai accaduti, come la visita di papa Wojtyla o l'arrivo di Josè Saramago. Queste insegne, però, salutate da alcuni come geniali, non sono state gradite a tutti. Tra i contrari Maurizio Ambrosini, titolare del vecchio Supercinema, su cui figura la targa che ricorda la "falsa visita" di Pasolini. «Sono figlio di un grande carrarese che di lavoro faceva vedere i film più belli ai carrarini suoi fratelli -ha scritto Ambrosini-Sono esercente cinematografico e avevo un fratello che, oltre ad avere dato amore a Carrara, ha dato la vita per finire il lavoro di nostro padre. Sono nipote di un grande carrarino, impresario teatrale, che, oltre a vestire i suoi fratelli carrarini, buttava via i soldi per rappresentare le più belle opere liriche, come la Bohème, o il Piccolo Marat, unica rappresentazione fatta a Carrara. Tutto questo per poi, a mia insaputa, trovare una targa in marmo murata nella mia proprietà (in realtà l'attuale proprietario del Supercinema è il consigliere comunale del Pd Lucio Boggi ndc), con tanto di permesso comunale, che dice delle grandi menzogne. Sono veramente desolato e stanco di lottare. Voglio consigliare ai responsabili di questo degrado di lasciare ai posteri la verità. Un vero carrarese». Ma queste parole di sdegno dimenticano che nel caso di Pasolini, di cui il prossimo 2 novembre ricorrerà il quarantesimo anniversario della morte, avvenuta all'Idroscalo di Ostia nel 1975, un legame con la zona apuana ed in particolare con Carrara c'è stato veramente, visto che il grande intellettuale visitò il nostro territorio in almeno due occasioni, anche se in anni diversi da quello riportato sull'insegna da Fossati. A ricordare una prima visita di Pasolini a Massa-Carrara, episodio significativo ma da molti misconosciuto, è il professor Mario Griotti, ex insegnante al liceo artistico di Carrara, attivo dal 1960 come pittore a Massa. In questa città lo scrittore e regista friulano venne per presentare alle stanze del teatro Guglielmi uno dei suoi capolavori: "Il Vangelo secondo Matteo". Era il settembre 1964 ed il film, il 4 del mese, era già stato presentato al Festival di Venezia. «Quando Pasolini arrivò -racconta Griotti- c'eravamo noi del Cine club apuano (di cui Griotti era presidente, ndc) e pochi altri. Prima della proiezione invitai Pasolini a presentare il film, ma lui fece cenno col capo, come per dire: fai tu. Io dissi quel che pensavo e cioè che la pellicola rovesciava l'immagine e l'icona di Cristo con i capelli lunghi e biondi, di alta statura. Il tuo Cristo -disse Griotti rivolto al regista- è scuro e di bassa statura, con le caratteristiche proprie delle razza araba». E Pasolini? «Fece dei brevi cenni di assenso -ricorda l'ex docente- e restò muto per tutta la durata della proiezione». Ad interpretare Gesù era lo studente catalano Enrique Irazoqui, doppiato da Enrico Maria Salerno, mentre la parte di Maria anziana fu affidata da Pasolini a sua madre Susanna. I ruoli degli apostoli, antichi portatori di "sapienza" e quelli di altri personaggi vicini a Cristo andarono invece a moderni intellettuali, come Marcello Morante (Giuseppe), Mario Socrate (Giovanni Battista), Giorgio Agamben (Filippo), Natalia Ginzburg (Maria di Betania), Enzo Siciliano (Simone) e Alfonso Gatto (Andrea). La pellicola era prodotta dalla Arco Film del livornese Alfredo Bini, che finanziò tutti i film di Pasolini sino a "Edipo re" (1967). Pasolini tornò a Massa-Carrara all'inizio degli anni '70, per denunciare i problemi delle cave di Carrara nel film documentario "12 dicembre", da lui ideato e girato, in collaborazione con Lotta Continua, dal 12 dicembre 1970 al giugno 1971. Questa pellicola, presentata al Festival di Berlino nello stesso anno in cui Pasolini vinse l'Orso d'oro con il film "I racconti di Canterbury" e all'epoca distribuita esclusivamente nel circuito culturale dei Circoli Ottobre, parallelo a Lotta Continua, è tornata in vita l'estate scorsa, grazie al festival del "Cinema Ritrovato", nel meritevole restauro in versione integrale realizzato dalla Cineteca di Bologna. "12 dicembre" è un documentario militante, che, uscito nel 1972, racconta un viaggio di inchiesta in un Italia di sfruttati, filmando i compagni di lotta, facendoli parlare direttamente ed evitando domande. Ne esce un affresco della realtà operaia anni '70 che raffigura anche Carrara, i cui cavatori muoiono schiacciati dai blocchi di marmo, e Sarzana, dove a parlare sono alcuni ex partigiani insoddisfatti della Repubblica che hanno contribuito a costruire. Presente, dunque, anche una riflessione sulla "Resistenza tradita", sul sogno della rivoluzione "mancata", che in quegli anni affascinò tanti aderenti alla sinistra extraparlamentare, convinti di poter riprendere in mano i disegni rivoluzionari, bloccati, all'indomani della Liberazione, da Palmiro Togliatti e dai dirigenti del Pci, che avevano scelto la via democratica. Il grosso del girato fu opera del militante pisano Giovanni Bonfanti, che lo aveva anche sceneggiato insieme al critico cinematografico Goffredo Fofi, poiché in seguito Pasolini si defilò dal progetto. La sua mano, tuttavia, si avverte in più di una sequenza, a partire da quelle iniziali, con interviste sulla strage di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, data che dà il titolo al film, e sulla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, sospettato ingiustamente della strage, "precipitato" da una finestra della questura di Milano dopo un interrogatorio durato 72 ore. All'epoca delle riprese Pinelli era sepolto nel quartiere milanese di Musocco, ma la sua tomba ora è a Carrara, nel cimitero di Turigliano. Sulla lapide è stato apposto l'epitaffio "Carl Hamblin", tratto dalla "Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters, libro che Pinelli aveva regalato al commissario Luigi Calabresi nei giorni in cui la polizia indagava gli anarchici per le bombe dell'aprile 1969. Assai toccante anche la parte che lo "scrittore corsaro" filmò nella città del marmo, intervistando alcuni cavatori di Colonnata sul tema "omicidi bianchi e nocività". Tra essi si riconoscono persone ancora viventi, che denunciano le già allora numerose morti sul lavoro avvenute alle cave. Uno di questi lavoratori, nella sua cadenza carrarese, dice: «Io tutte le notti, tutte le sere sogno, sogno che succeda la mattina presto qualcosa di grosso, magari anche la rivoluzione!» Il regista inquadra anche le tombe delle vittime, di cui si vedono i ritratti e si leggono chiaramente i nomi. L'inchiesta si sposta poi nella zona industriale apuana, riprendendo lo stabilimento della Montecatini Edison e dando la parola ad operai che descrivono le critiche ed insalubri condizioni di lavoro, dovute ai fumi tossici. Un film assai coraggioso ed in anticipo sui tempi, dunque, che sarebbe doveroso riproporre anche a Carrara, magari alla riapertura del cinema comunale Garibaldi, annunciata dall'assessore alla cultura Giovanna Bernardini dopo lo stanziamento di un contributo regionale di 80mila euro.
Il Tirreno
18 Ottobre 2015
CARRARA. Quando Pasolini fece parlare i nostri cavatori
DA
David Chiappuella
Il Tirreno
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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