Ignazio Marino: da santificare oppure da bruciare? Un rito molto italiano che insegna poco o nulla. Bisogna invece analizzare la vicenda per trarne qualche insegnamento. Chi, come me, segue, da un quarantennio, le vicende politiche, anche quelle comunali, può dire onestamente che in Campidoglio hanno fatto buone cose i sindaci che si sono avvalsi di una "squadra" valida e competente. A cominciare, più di un secolo fa, dal mitico Ernesto Nathan, mazziniano - al quale si deve un bel po' di Roma moderna - e che aveva nel suo giro personaggi quali Ivanoe Bonomi, Meuccio Ruini, l'economista socialista Giovanni Montemartini. Anche i sindaci delle tre Giunte "rosse" 1976-1985, soprattutto Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli hanno fruito - avendo essi peraltro una forte "idea di Roma" (via tante auto dal centro storico, un immenso parco urbano dal Campidoglio all'Appia) - di compagni di viaggio molto esperti. Si pensi soltanto all'immane risanamento delle borgate. Altrettanto Francesco Rutelli avendo quale vice Walter Tocci e fra i primi collaboratori Paolo Gentiloni, con la "cura del ferro", poi ahinoi non proseguita, e con grandi progetti culturali: il nuovo Auditorium, oggi la più grande struttura di musica e spettacolo d'Europa più le opere del Giubileo 2000. Alcune centinaia di miliardi di investimenti pubblici senza ombre. Un'idea di Roma: Marino l'ha avuta solo a sprazzi, senza continuità, senza una équipe di assessori davvero attrezzata per il disastro ereditato da Alemanno (i cui principali collaboratori sono già in carcere e altri sotto processo). Ignazio Marino ha badato molto alla comunicazione (la bicicletta sulla quale non era mai stato visto), agli slogan, poco a tirare una riga nettissima fra sé e Alemanno presentando alla cittadinanza le cifre della devastazione finanziaria e clientelare ereditata. Anche lui è stato "un uomo solo al comando" o aspirante tale. E solo, alla fine, è rimasto. Con pochi assessori capaci e innovativi. Roma ha dimensioni enormi: quasi 130.000 ettari contro i 17.000 di Milano o i 12.000 scarsi di Napoli, con 2,8 milioni di abitanti mentre Milano è regredita a 1,3 milioni e Napoli a 900.000. Con una "armatura" di trasporti urbani su rotaia d'avanguardia un secolo fa (ben 430 km) ridotta a poche decine di km anzitutto per la politica mussoliniana volta a eliminare "la stolta contaminazione tranviaria" in conflitto "col carattere imperiale di Roma" e con serissime difficoltà a scavare metropolitane (archeologia ovunque e, sotto di essa, acqua ovunque). Con treni locali ridicoli rispetto ai pendolari esterni balzati da 400.000 a 820.000, con aziende municipali inzeppate da Alemanno di "parenti" e di ex camerati (l'igiene urbana senza un solo impianto di compostaggio, i trasporti col 40 di bus fermi per mancanza di pezzi di ricambio). Era necessaria un approfondito "consulto" preventivo sui mali di Roma, con specialisti reali e disinteressati dai quali avere dati e linee-guida. Nulla di tutto questo. Né da parte del Pd "dopato" dal successo europeo e in realtà diviso e inquinato. Né da parte del sindaco che pure non aveva pratica né cultura amministrativa. Però questi e altri rimangono i mali alla fine del contrastato biennio mariniano e non sarà un altro "uomo solo al comando" - imposto da Renzi o scelto dalle primarie - a curarli. Né giova l'esagerato clamore mediatico (in tv soprattutto) che ormai chiama Roma "la capitale della criminalità". Non scherziamo: le condanne definitive per i più gravi delitti vedono Roma sotto la media Italia con 331 condanne ogni centomila abitanti, contro le 894,4 di Reggio Calabria, le 788 di Taranto o le 632 di Napoli, le 439 della stessa Milano. Nella graduatoria degli omicidi (media Italia, 1,0-0,9 ogni centomila) Roma risulta con Milano (1,0) ben lontana dai 3 omicidi di Napoli e di Reggio Calabria, dai 2,5 di Bari e dagli 1,5 di Palermo o Catania. C'è molto da ricostruire a Roma, tanto. Ma parlare di "Capitale della criminalità" davvero non aiuta a capire.