BOLOGNA Intervenire sulle «lacune lasciate dal tempo e dall'uomo», per restituire a Bologna «la pittura più importante del XIII secolo che la città conserva». Dopo esser rimasto esposto per più di sei mesi alla mostra 'Da Cimabue a Morandì, il dipinto 'Maestà' di Cimabue (meglio conosciuto come Vergine in trono), custodito nella Basilica di Santa Maria dei Servi, sarà ospitato nelle sale della 'Fondazione Lercarò per un restauro. Ai lavori, avviati già nei mesi precedenti alla mostra, hanno contribuito la Fondazione Carisbo e Genus Bononiae. L'opera, realizzata negli anni 80 del Duecento con la tecnica della tempera e oro su tavola, sarà presa in cura dal laboratorio di Camillo Tarozzi sotto la supervisione della Soprintendenza alle Belle arti. Tra i segni di deterioramento più visibili, ha spiegato in conferenza stampa il soprintendente Franco Faranda, «ci sono quelli lasciati dalle fiammelle delle candele votive accese, negli anni, dai fedeli». Per Faranda, il restauro «non ha solo l'obiettivo di riportare in vita un dipinto così importante, ultimo delle tre 'Maestà' di Cimabue - le altre due si trovano agli Uffizi di Firenze e al Louvre di Parigi - ma anche riscoprire la dimensione iconografica mariana di un periodo in cui si passa dalla Teologia al racconto umano, come testimoniato dall'abbraccio cercato nella Madre da Gesù Bambino». Secondo il vescovo ausiliare emerito di Bologna, e presidente della Fondazione Lercaro, monsignor Ernesto Vecchi, si tratta di «un'iniziativa che guarda al futuro, alla riscoperta della bellezza delle chiese. Se le trasformiamo in semplici musei, andiamo indietro». Data l'eccezionalità del progetto, la Lercaro offrirà ai visitatori che ne faranno richiesta (non più di 25 a gruppo) la possibilità di assistere alle diverse fasi del restauro con una lezione.
Cimabue, il restauro è uno spettacolo
Il dipinto "Maestà" di Cimabue, custodito nella Basilica di Santa Maria dei Servi a Bologna, sarà sottoposto a restauro dopo essere stato esposto per sei mesi alla mostra "Da Cimabue a Morandì". Il restauro sarà curato dal laboratorio di Camillo Tarozzi e supervisionato dalla Soprintendenza alle Belle arti. I segni di deterioramento più visibili sono quelli lasciati dalle candele votive accese negli anni. Il restauro non solo mirerà a riportare in vita il dipinto, ma anche a riscoprire la sua dimensione iconografica mariana e a promuovere la riscoperta della bellezza delle chiese.
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