La decisione è presa e votata in commissione comunale, l'operazione già finanziata, per 24 mila euro, compresa, pare, la realizzazione di una copia della scultura, da lasciare lì, sotto le Due Torri, in piazza Ravegnana. Dove il 4 ottobre 2001 l'originale scolpito a metà del Seicento dal Brunelli fu trapiantato a viva forza, perché così voleva la retorica della "bolognesità" ritrovata. «Veltroni sogna le Olimpiadi, io rimetto al suo posto il patrono, ciascuno fa la sua politica», declamò il sindaco identitario Giorgio Guazzaloca. «Sono un arcivescovo fortunato, ora Bologna è davvero la città di San Petronio!», giubilò il cardinale Giacomo Biffi. Ora il vescovo vicario Giovanni Silvagni sembra prendere tempo: «Non c'è fretta, sta bene anche lì». Forse qualcuno ha però meditato che fare il guardiano della "selva fallica" di fittoni della nuova selciatura di piazza non s'addiceva a un santo patrono. Forse qualcuno s'è ricordato che per placare le ire della soprintendenza, allora, si lasciò galleggiare nell'aria l'impegno, mai onorato, di rimpiazzare prima o poi la vera icona di Petronio con un sosia, uno stuntman di pietra capace di resistere alle polveri sottili, alle piogge acide e alle sbandate dei megabus (uno dei quali centrò di netto uno dei paracarri appena quattro giorni dopo l'insediamento del monumento). E dunque, scusi venerando, si prepari, faccia i bagagli, si torna a casa. Solo la pazienza di un santo impedirà, pensiamo, alla statua di Petronio di prendere la parola come quella del Commendatore di Mozart e dirne quattro a quelli che, pur facendogli da secoli grandi riverenze, lo trattano come una pallina da ping pong. Lo spostano di qua e di là secondo le convenienze politiche e le sconvenienze urbanistiche, senza neppure chiedergli un parere. È storia: la statua in effetti, per volere del conte Pallavicini, nel 1683 fu destinata a quel luogo prestigioso, anche se non c'era ancora il cannocchiale prospettico di via Rizzoli a esaltarne la barocca convergenza focale, e lì restò in effetti per quasi duecent'anni, fino a quando, nel giugno 1871, la Bologna laica di un'Italia che aveva strappato Roma al papa da meno d'un anno la rimosse, di notte, di nascosto e con scorta dei carabinieri, onde prevenire eventuali insorgenze clericali (quanto sono vicine le due date, il 20 settembre anticlericale e il 4 ottobre patronale), perché fosse collocata in basilica, poco distante dalla pala del Parmigianino, luogo di tutto rispetto. E lì ha abitato altri centotrent'anni tondi senza lamentarsi, fin quando a scomodarla di nuovo ci pensò, nel 2001, il combinato disposto ideologico fra la conquista guazzalochiana di Palazzo d'Accursio e il «rilancio del culto di san Petronio» predicato da Biffi: quante volte si parlò di "radici", in quei giorni. E il povero Petronio, santo con la valigia, sradicato, e di nuovo per strada. Non fu mica una cosa semplice, però. Polemiche, contrarietà, ingiunzioni, a un certo punto saltò fuori anche « al padràn d'la stétua », un erede dei conti Ranuzzi de' Bianchi, a rivendicare la proprietà materiale della scultura. Una mole di polemiche sprecate, Petronio torna in chiesa e un suo sosia di pietra salverà le apparenze. Si fa comunemente, per tante sculture preziose. Ma stiamo parlando di un'immagine di devozione, di un simbolo civico- religioso, e allora l'apparenza conta: il ritorno senza clamori nel chiuso della Chiesa della vera icona di san Petronio ha qualcosa di simbolico, suona come la fine della stagione dell'orgoglio civico-bolognesista che un tempo fu travolgente, e ora lascia dietro a sé solo una malinconica controfigura.