Villa Pliniana. La bellissima residenza a Torno sul Lago di Como, fu costruita tra il 1573 e il 1577 da Giovanni Anguissola, allora governatore di Como La famiglia Ottolenghi ha acquistato la Villa Pliniana, uno dei gioielli del lago di Como, nel 1983, quando a palazzo Chigi c'era Bettino Craxi. Ha potuto metterci piede solo il mese scorso, con un presidente del Consiglio che all'epoca dell'acquisto andava alle elementari. Trentatré anni per una ristrutturazione. Sono le meraviglie della burocrazia italiana. Dunque, la storia è questa. Villa Pliniana, a Torno, fu costruita tra il 1573 e il 1577 da Giovanni Anguissola, governatore di Como, attorno a una sorgente intermittente già descritta da Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane. Nel corso dei secoli è appartenuta ai Visconti Borromeo, ai Canarisi di Torno, al principe Belgioioso di Barbiano. Meta del Grand Tour già dal 1700, la villa ha via via stregato Foscolo, Stendhal, Parini e Rossini, che qui compose il «Tancredi» su un fortepiano tuttora conservato in una delle sale. La villa, ça va sans dire, si affaccia sul lago. Nel corso del XX secolo cominciano però l'abbandono e il degrado. Nel 1983 Rodolfo Squinzi, padre di Giorgio, l'attuale presidente di Confindustria, la vede e se ne innamora. Pensa di acquistarla ma poi lascia perdere confidando al figlio: «Magari ci vogliono dieci anni prima di avere tutti i permessi e finire i lavori». Ottimista. Ma ancor più ottimisti sono Emilio Ottolenghi, torinese, e suo figlio Guido. Sono gli Ottolenghi della Pir, Petrolifera Italo Rumena, grande azienda fondata nel 1920, oggi con sede a Bologna. Ed è qui a Bologna che incontriamo Guido Ottolenghi per farci raccontare quanto è gradevole lavorare con la burocrazia italiana. Da chi acquistaste Villa Pliniana? «Dalla famiglia Valperga di Masino». In che stato era? «Di abbandono. Trascurata da anni, senza riscaldamento né impianto elettrico, ovviamente non abitabile. Ci si arrivava con una stradina del 1941, in pietre, ripidissima e strettissima. Solo qualche 4x4 poteva tentare l'avventura. Ma se il fondo era bagnato, non si poteva nemmeno provarci. Anche l'accessibilità dal lago era ormai quasi impossibile». Ma suo padre se ne innamorò. «Sì, passando davanti con una barca». E la comprò per ricavarne degli appartamenti. «Esatto. Così, cominciammo a chiedere i permessi per ristrutturarla e per risolvere il problema dell'accesso. Nessun mezzo pesante avrebbe potuto arrivarci». Interlocutori per i permessi? «La Provincia. Il Comune. La Regione che allora aveva la delega all'ambiente. La Sovrintendenza. La Comunità Montana». Un esercito. «Un momento, non dimentichiamo il Magistrato dei Laghi, e il suo superiore: il Magistrato del Po». Usl e Vigili del Fuoco? «Quelli arriveranno dopo. Prima c'era da risolvere lo scoglio della strada. Bisognava ampliarla. "Non si può", ci dissero». Problemi tecnici? «No: vincoli paesaggistici». Meglio vedere un rudere che una villa rimessa a nuovo ma con una strada a fianco? «Esatto. Così ci dissero. Poi c'erano alcuni scogli ideologici». Ideologici? «Sì, le spiego. Bisognava stipulare una convenzione tra proprietà e Comune per il Piano Integrato di Recupero, che è uno strumento del Piano Regolatore Generale. Insomma. Il Comune esprime pareri estetici vincolanti e chiede contributi. Il principale problema ideologico era che il Comune ci voleva imporre di cedergli tutto o una parte del parco; la villa poi doveva essere visitabile dal pubblico più volte la settimana». E la strada? «Niente strada, ci dicevano. Meglio una cremagliera. Tipo Capri». Chi erano gli interlocutori, o meglio gli interditori? «Tutti. La villa era talmente conosciuta e amata dai comaschi che c'era sempre qualcuno che aveva da eccepire». Roba da scoraggiarsi. «E infatti mio padre, scoraggiato, a un certo punto decide di mollare il colpo e di regalare la villa al Fai». Caspita: al Fai avranno fatto salti di gioia. «Non proprio. Al Fai dicono che acquisire un bene del genere in omaggio comporta anche dei costi. Quindi chiedono anche una dote, in denaro ovviamente, per mantenere la villa avuto in regalo». Quando si dice la gratitudine. «Insomma: alla fine degli Anni Ottanta mio padre smette di occuparsi della villa. Non ci prova più. All'inizio degli Anni Novanta, quando comincio a lavorare in azienda, mi dice di provare a venderla. E così a Torno iniziai ad andarci io». E anche per lei scattò la scintilla? «Esatto. Mi innamorai anch'io della villa. Incontravo la gente del lago: un boscaiolo, un pescatore. Tutti avevano qualche cosa da raccontare sulla Pliniana. Capii quanto era importante per i comaschi. Per fortuna nel '94 crollò il tetto della darsena». Per fortuna? «Si fecero vivi quelli del Comune e ci dissero che dovevamo metterla a posto, naturalmente pagando gli oneri di urbanizzazione. "È un peccato che finisca nel lago", dissero. Ci fu concesso però di stralciare la darsena dal Piano Integrato». Magnanimi. «Nel '95 partono i lavori per la darsena, e nel '96 finiscono. Così io comincio ad andarci di più. Mi prendo una Panda 4x4, rischiando un po' perché non c'erano protezioni. Nel '99 un'altra svolta: il lago è straordinariamente basso e viene alla luce una grossa lesione nelle fondamenta della facciata della villa. Tutta Como si mobilita: "Bisogna salvare la villa! È un patrimonio di tutti i comaschi!", dicono». Salvarla a patto che paghi qualcun altro. «Questo è sottinteso. Allora noi diciamo: siamo disposti a mettere in sicurezza la villa, però ci dovete dare una prospettiva. Dovete darci il permesso di rifare la strada e di dividere la Pliniana in quattro grandi appartamenti. Cominciarono a darci ascolto». Ma quando partirono i lavori? «Quelli per la strada nel 2000. Finirono nel 2004. Poi, anni di dibattito su come impostare la soluzione architettonica. Solo nel 2012 siamo arrivati a firmare una convenzione con il Comune». Chi tirava il freno a mano? «Nessuna persona. Erano le norme a frenare. Per qualsiasi lavoro, occorrevano più permessi. Comune, Provincia, Comunità Montana, Unione dei Comuni, Soprintendenza, Magistrato delle Acque, la Navigazione del lago di Como. Ogni volta che qualcuno modificava qualcosa, tutto tornava indietro agli altri. La Soprintendenza, poi, aveva l'ultima parola su tutto. Ah, dimenticavo le fognature. Questa è bella». Ce la racconti. «Allora: se non ti colleghi alle fognature, non puoi avere l'abitabilità. Ma le fognature pubbliche dei paesi della riva destra non sono adeguate. Non hanno un depuratore come si deve. Così la Provincia non ci autorizzava il collegamento. Alla fine, abbiamo dovuto costruire noi un impianto di depurazione: ma con l'impegno di abbandonarlo per collegarci all'impianto pubblico quando sarà rinnovato». Fantastico. Secondo lei perché in Italia ci si mette così tanto tempo per avere risposte dalla pubblica amministrazione? «Gliel'ho detto: non è colpa dei singoli. Ho trovato funzionari e impiegati disponibilissimi. Ma sono sommersi da una miriade di norme contraddittorie. È il sistema che è troppo complesso. Credo che bisognerebbe lasciare maggior potere discrezionale a chi lavora nella pubblica amministrazione. Oggi nessuno ha il coraggio di prendere una decisione perché non sa bene se le norme glielo permettono, e teme di compiere un illecito». Ultima domanda: avete avuto contributi pubblici per rimettere a posto Villa Pliniana? «Ovvio che no. Neanche un centesimo».
La Stampa
9 Ottobre 2015
✓ Entità verificate
COMO-Ottolenghi: "Così ho perso trentatré anni per ristrutturare la mia villa sul lago"
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Michele Brambilla
La Stampa
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