Articolo 9 Ecco finalmente le famose terne che la commissione del megaconcorso per le direzioni dei venti supermusei ha fornito a Dario Franceschini e al direttore dei musei Ugo Soragni. La prima notizia è che a escludere i funzionari del Mibact non è stato solo Franceschini, ma anche la commissione. Una differenza forse solo formale, visto che almeno due membri portavano l'ingombrante punto di vista (qualcuno potrebbe dire l'ingerenza) del ministro all'interno della commissione. E, francamente, la commissione non ci fa una bella figura: che Antonio Natali non fosse nella terna degli Uffizi appare, per esempio, davvero incomprensibile. Dove la commissione non ha osato tagliare i più competenti, ci ha comunque pensato direttamente Franceschini. È solo sua come era intuibile la responsabilità di uno dei due errori blu: alla Reggia di Caserta, infatti, è stato il ministro in persona a defenestrare i funzionari di sperimentata competenza selezionati dalla commissione, optando per un nome che è poco definire gravemente inadeguato. In perfetta sintonia con il clima della caccia al funzionario, poi, anche il direttore dei Musei si è ben guardato dallo scegliere gli interni, anche laddove sarebbero stati i migliori (è il caso di Genova, o di Palazzo Barberini a Roma), commettendo il secondo, incredibile, errore blu: quello dell'Archeologico di Napoli. E tutto lascia pensare che ora la parola passerà ai Tar e al Consiglio di Stato. Ma, forse, il dato più impressionante è il ricorrere degli stessi nomi, giudicati idonei per musei radicalmente diversi tra loro: la terna degli Uffizi e quella della Galleria Borghese si sovrappongono per due terzi, e lo stesso accade per i musei archeologici di Taranto e Reggio Calabria. E la commissione ha giudicato gli stessi candidati buoni indifferentemente per musei radicalmente diversi (l'Accademia di Venezia e Brera, Brera e la Gnam di Roma, Torino e Urbino, e addirittura l'Estense di Modena, Barberini a Roma, il Bargello di Firenze e la Galleria Nazionale dell'Umbria...). Questo grottesco valzer di nomi che tornano buoni per tutte le stagioni indica due cose. La prima è che le candidature giudicate potabili anche con la manica larga della commissione erano incredibilmente poche, e che dunque il pompatissimo bando si è risolto in un flop che ha messo i selezionatori con le spalle al muro. La seconda è che la competenza scientifica semplicemente non esiste più: la figura di direttore di museo si avvia a diventare un po' come quella del curatore nell'arte contemporanea. Si è direttori a prescindere da cosa si dirige. Ma, ammesso che la cosa abbia senso in America o in Inghilterra, non ne ha per nulla in Italia: dove le collezioni hanno storie individualissime che non le rendono intercambiabili tra loro. Certo, i direttori intesi come capitani di ventura pronti a servire tutte le cause offrono molte garanzie al potere politico che li ha nominati, e al quale soltanto renderanno conto. Un legame icasticamente ritratto in una foto di gruppo scattata durante la finale del reality Chi vuol esser direttore: quella in cui il nuovo direttore di Capodimonte si sta scattando un selfie accanto al Presidente del Consiglio. Il nuovo che avanza: senza dubbio.