MA di cosa si parla, quando si parla di regole per i beni culturali? Domanda cruciale, in un paese come l'Italia, oscillante fra regole gabbia e violazioni a go go , e in cui il rapporto pubblico- privato, in tempi di crisi ma non solo, appare ormai decisivo. Alla XXIX edizione della Biennale dell'antiquariato a Palazzo Corsini si discute di "Uno Stato a regola d'arte" con il sindaco Dario Nardella, lo storico dell'arte Tomaso Montanari, e il consigliere giuridico del Mibact Lorenzo Casini, moderatore il segretario generale della Biennale Fabrizio Moretti. Che subito attacca. «VOGLIAMO un passaporto senza scadenza per le opere d'arte, uno snellimento delle pratiche per la circolazione, sempre più ostacolata. Bene che l'ok sia delle soprintendenze, ma la burocrazia è troppa» dice Moretti. Risponde Casini: «Pensare a un passaporto si può, idem intervenire sui procedimenti, pur tenendo fermi alcuni criteri di fondo». Montanari non è d'accordo: «Se la Toscana e quello che é, lo deve a una lunga tradizione di leggi di tutela. Non si tratta di impedire la circolazione, ma di rispettare il legame degli italiani con il loro patrimonio culturale», ben sapendo che «in un paese che protegge davvero i suoi beni, i mercanti d'arte non hanno nulla da perdere ». Conclusione: guai ridurre le tutele, piuttosto «si stabiliscano, insieme, i mezzi più moderni e efficienti per affermarle, potenziando, anziché demolendo, la pubblica amministrazione ». Il sindaco Nardella allarga la riflessione: «La Repubblica cui la Costituzione affida la tutela del patrimonio non è solo lo Stato, sono anche gli enti territoriali, e i cittadini. Un mercante d'arte non è per forza nemico del patrimonio, né i cittadini dei recettori passivi». Il sindaco ne è convinto: «Serve un nuovo contratto sociale fra istituzioni pubbliche e soggetti privati, perché tutti si sentano responsabili del bene comune». E quanto ai criteri della governance, con le novità introdotte dalla riforma Franceschini (preludio, secondo alcuni, della transizione dei nuovi musei autonomi, come gli Uffizi, in Fondazioni pubblico-private), «si tratta di trovare formule per coinvolgere nella gestione anche Comuni e Regioni, cittadini singoli, o associati». Come appunto ha cominciato a fare la riforma, prevedendo rappresentanti locali nei comitati scientifici dei grandi musei. «Per troppi anni si è proceduto per pregiudizi anziché cercare soluzioni » insiste Nardella, «È l'ora che soggetti privati che condividono l'interesse pubblico, entrino nelle istituzioni culturali». Decisamente contrario Montanari: «Ve lo immaginate un De Luca che siede nel comitato scientifico del Museo di Capodimonte? Nominare rappresentanti locali nei comitati scientifici è un errore grave, vuol dire che la gestione del patrimonio artistico deve rispondere, anziché agli esperti, alla politica».