Che la centralità delle politiche culturali sostenute dal Comune di Venezia sia un fatto scontato da molto più di un secolo è comprovata anche dalla volontà di alcuni sindaci di autoassegnarsi le competenze dell'assessorato alla Cultura. Cacciari lo fece, non da assessore, a modo suo, sospeso cioè tra un cinico distacco e un lasciar correre (verso i privati) che ebbe come conseguenza una grande pigrizia nell'elaborare obiettivi e modalità con cui raggiungere gli stessi. Orsoni e la sua giunta non ebbero alcuna politica culturale, se per questa si intende capacità di progetto, disponibilità all'ascolto ecc. Comunque, imperdonabile il colossale pasticcio attorno all'incredibile vicenda della Torre Cardin, per non parlare del pauroso insistere nella svendita del patrimonio architettonico di proprietà comunale. Un limite questo spesso condito da un incompetente agitarsi tra rivincite municipalistiche senza capo né coda, a proposito degli spazi dell'Arsenle, o dall'abbandono del "campo" in termini politici, socio-economici e culturali di quanto accaduto e accadrà con il nuovo Fontego dei Tedeschi. Con Luigi Brugnaro siamo al sindaco che tiene per sé l'assessorato alla Cultura. Ormai è quasi giunto il momento dei primi giudizi (ottimo comunque il suo no al tram fino a San Basilio). Ma episodi e polemiche recenti si spera abbiano fatto intendere al neo sindaco-assessore quanto sia complessa e delicata la materia culturale nelle molteplici diversità veneziane, per non dire metropolitane. Negli ultimi anni, se da una parte si è molto indebolita la tradizionale e più che positiva presenza comunale nelle diverse attività culturali sul territorio, e se inesistente è diventato il sostegno delle pubbliche amministrazioni alle antiche e prestigiose istituzioni culturali cittadine - dalla Querini Stampalia alla Cini, all'Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti e ai non pochi soggetti teatrali, musicali o associativi in genere, che sono humus vitale e identitario - è andato invece crescendo il ruolo della Fondazione Musei Civici. Una Fondazione che sembra muoversi nei modi di un'avventura che ignora origini, sviluppi,circostanze ed eventi di una lunga storia, che non è mai stata semplicemente e soltanto la storia culturale di questa città. Un tempo si sarebbe detto "il contesto". Ecco, la Fondazione Musei Civici appare estranea al reale e problematico contesto di Venezia, se per contesto ci si riferisce sia al pregresso di una politica culturale spesso straordinaria e originale che a un difficile presente. Un presente verso cui convergono imponenti istanze di privati che, nel proporre i loro esercizi culturali, o meglio espositivi o collezionistici, non possono non sommare l'investimento culturale a quello delle imprese che hanno reso miliardari quei privati. Di qui incertezze e fraintendimenti progettuali che hanno negato alla Fondazione non dico una parvenza di carisma ma nemmeno la minima riconoscibilità di un profilo culturale autentico, quindi autonomo, immune cioè da competitività fuori luogo e che non attengono a chi ha la responsabilità di tutelare e far conoscere un vasto firmamento di beni che sono l'arte e la storia diffuse in città o raccolte in tanti musei, archivi e biblioteche. Se chi dirige la Fondazione ritiene che «il museo deve avere il coraggio di spostare capolavori o di prestarli», significa che siamo distanti anni luce dalla funzione formativa e conservativa propria dell'istituzione museo, che deve infatti contribuire, come insegnavano i grandi maestri della storia dell'arte, all'elevazione culturale e a una presa di coscienza di ogni visitatore. Chi si trova al vertice delle istituzioni culturali pubbliche, anche nel caso queste si siano mascherate da Fondazioni in salsa privatistica, non deve porsi in competizione con chi inonda la città di mostre temporanee per escursionisti; non deve essere un qualcosa di succedaneo della Biennale (su cui bisognerá pure avanzare riflessioni, perplessità e domande) o di Prada o di Pinault o di chi sta per sbarcare nell'ex chiesa di San Lorenzo. Così si incentiva una babele culturale che ha come inconsapevole e deleterio risultato quello di soffocare Venezia con masse post-turistiche che, a breve, renderanno infrequentabile anche a milioni e milioni di escursionisti la Veneza da consumare, restringendo ancor di più la Venezia in cui poter vivere. Se il neosindaco Brugnaro non conosce ancora il testo della Convenzione stipulata fra lo Stato e il Comune di Venezia per la cessione in uso del Palazzo Ducale, lo legga quanto prima. Lì troverà la consistenza di uno scandalo che da decenni sottrae al ministero per i Beni e le attività culturali e al Comune di Venezia i notevolissimi introiti provenienti ogni anno dalla bigliettazione di Palazzo Ducale. Limitandoci al 2014 questi dovrebbero essere ammontati a circa 1415 milioni di euro. Milioni di euro che, stando alla Convenzione, dovrebbero essere esclusivamente spesi per riparare, ripristinare, restaurare, mantenere l'immenso patrimonio di beni culturali di Venezia ed estuario. Da troppi anni quei milioni vengono annessi al bilancio della Fondazione Musei Civici, che non li spende però quale essenziale manna dal cielo per tutte quelle necessità e urgenze del patrimonio storico-artistico e monumentale di una città antica che, in piena autonomia, si distinguerebbe al meglio e nel giusto col tutelare se stessa sottoposta com'è a una migrazione post-turistica incontrollata e quindi devastante. Storico dell'arte