I"PAZIENTI" sono stati sottoposti alla Tac al calar del sole, quando la mostra dove sono esposti "Rapiti alla morte", allestita nell'anfiteatro di Pompei, chiudeva al pubblico. Ogni sera gli specialisti dell'impresa Atramentum hanno prelevato i calchi dall'interno dell'anfiteatro e li hanno trasportati su una speciale barella fino alla baracca allestita a ridosso delle mura, alle spalle della biglietteria di piazza Anfiteatro. Sedici in tutto, 14 resti umani, due animali. L'ultimo a entrare all'interno della Tac da 16 strati, il potente macchinario della Philips Spa Healthcare dal peso di due tonnellate che per alcune settimane è stato ospitato all'interno degli scavi, è stato il calco in gesso realizzato su uno scheletro di maiale durante lo scavo di Villa Regina a Boscoreale. All'interno, la Tac ha rilevato la presenza di due lunghi ferri uncinati all'estremità, più altri fili messi in opera al momento della rilevazione del calco. Ma la sorpresa più grande riguarda il calco del cane rinvenuto nel 1874 nella Casa di Vesonius Primus a Pompei. Il cane conserva il collare con il quale era legato ad una catena, che gli impedì la fuga durante l'eruzione. Ma all'interno la Tac non ha trovato tracce di ossa: i due cerchi di metallo che si vedono sono quasi certamente i fori di versamento e di areazione del gesso ottocentesco. Stesso risultato per un altro calco, quella della donna incinta. Niente ossa all'interno, solo gesso ben modellato e l'impronta dei corpi. E niento resti di feto, quindi. «Per me è crollato un mito» confida Stefano Vanacore, il responsabile del laboratorio di restauro della soprintendenza. «Forse toglievano le ossa prima di colare gesso liquido nel vuoto lasciato dalla decomposizione dei corpi, una forma di rispetto per la vita - ipotizza il restauratore - i due calchi sono coevi». Non tutti gli 86 resti delle vittime dell'eruzione sono state sottoposti a tomografia assiale computerizzata multistrato: l'apertura massima del tubo di scansione è di 70 centimetri e molti calchi hanno gli arti aperti. «Questo potente macchinario - spiega Roberto Canigliula di Philips - può realizzare scansioni volumetriche total body in soli 100 secondi. Dopo l'acquisizione c'è il post processing con circa 2000 slide, cioè fette acquisite con la Tac, che vengono elaborate da un potente software e danno la ricostruzione in 3D. Ogni calco ha richiesto almeno 8 ore di elaborazione». Canigliula aveva già fatto la Tac ad alcune mummie del museo Egizio di Torino, «ma le portammo in laboratorio, qui è diverso. E poi con le mummie è più semplice, ci sono solo aria, fasce e ossa, non gesso come a Pompei». Il radiologo Giovanni Babino non nasconde la sua soddisfazione per i risultati straordinari ottenuti. «L'unica differenza tra i vivi e i morti - spiega - è la mancanza di protocolli per le Tac che abbiamo eseguito. Non ne esistevano al mondo, e ora Pompei diventa un caso di riferimento. Abbiamo realizzato un sogno che sembrava impossibile. Le prime prove restituivano solo mandibole e denti, le parte cioè già visibili, alla fine ci siamo riusciti ». In alcuni casi, le restituzioni grafiche hanno consentito di leggere all'interno dei calchi e vedere, ad esempio, fratture, crani schiacciati, assenza di pezzi di colonna vertebrale, oppure che le ossa inglobate nel gesso si sono depositate tutte alla base della forma. E denti sanissimi, niente carie. Risultati scientifici, informazioni sula vita dei romani, sulle malattie, sugli stili di vita, sull'alimentazione che per l'archeologo Massimo Osanna, da un anno e mezzo alla guida della soprintendenza di Pompei, costituiscono l'obiettivo principale del restauro finanziato con il Grande progetto Pompei. «Non c'è nessuna spettacolarizzazione della morte - precisa Osanna - ma un approccio da archeologia globale, che vuole ricostruire nel complesso la società antica, nel nostro caso quella pompeiana. Un lavoro di squadra con archeologi, restauratori, radiologi, odontoiatri, antropologici fisici, ingegneri, informatici ». Un lavoro che, per il soprintendente Osanna, dimostra come la Tac ai calchi dei resti dei pompeiani morti nell'eruzione del 79 dopo Cristo è innanzitutto un'operazione scientifica. «Mai tentata prima al mondo» aggiunge. «Perché la conoscenza, come la tutela, sono alla base della valorizzazione spiega e del Grande progetto, con il quale abbiamo potuto restaurare tutti i calchi di Pompei e studiarli come mai accaduto prima d'ora».
Pompei, la Tac svela i segreti dei calchi "Una ricerca unica"
Il laboratorio di restauro della soprintendenza di Pompei ha utilizzato la Tac al calar del sole per restaurare i calchi dei resti dei pompeiani morti nell'eruzione del 79 dopo Cristo. I calchi sono stati sottoposti a tomografia assiale computerizzata multistrato per ottenere informazioni sulla vita dei romani, sulle malattie e sugli stili di vita. I risultati hanno permesso di leggere all'interno dei calchi e vedere fratture, crani schiacciati e assenza di pezzi di colonna vertebrale. I resti di feto sono stati trovati in alcuni calchi, e si è scoperto che i due cerchi di metallo all'interno dei calchi sono quasi certamente i fori di versamento e di areazione del gesso ottocentesco.
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