Gorizia, l'ex convento di Santa Chiara è utilizzato soltanto in poche occasioni. Una ristrutturazione realizzata con 5 miliardi di lire del Giubileo GORIZIA. Che fine ha fatto il progetto del Museo dell'Arcidiocesi, che sarebbe dovuto sorgere nell'ex convento (e nella chiesa seicentesca) di Santa Chiara con i fondi erogati in occasione del Giubileo del 2000? Sono passati 15 anni e di quell'idea, tanto cara all'allora arcivescovo Antonio Bommarco - che aveva trovato una "sponda" in Comune nell'allora assessore alla cultura Antonio Devetag - nessuno parla più. Nel 2011, dopo lunghi e complicati lavori di restauro, lo stabile, che stava letteralmente cadendo a pezzi in corso Verdi, di fronte al palazzo delle Poste, è stato restituito alla città. Ma con un nome diverso, molto più semplice e, se vogliamo, riduttivo: Museo di Santa Chiara. È un edificio prestigioso, articolato su 4 piani, che ospita di tanto in tanto delle mostre temporanee, come quella - peraltro bellissima - intitolata "Sguardi in città e dintorni", che sarà visibile fino a domenica prossima. Ma per il resto dell'anno è largamente sottoutilizzato: uno splendido contenitore vuoto, e chiuso alle possibilità di fruizione non soltanto da parte dei goriziani, ma anche dei turisti. Ed è proprio l'ex assessore Devetag, che sul progetto del Museo dell'Arcidiocesi, insieme con Bommarco, aveva investito molte energie, fino a indicare dei percorsi gestionali sostenibili dell'intera struttura, a gettare ora un sasso nelle acque stagnanti del dimenticatoio, rivendicando la bontà dell'idea e sostenendo (anche a nome del Comitato Gopolis, di cui fa parte con Marino Degrassi, Loredana Rossi, Antonella Gallarotti e Paolo Gruden) l'opportunità di riaprire un discorso apparentemente chiuso: «Potrebbe essere davvero - sottolinea - un punto di forza di quel rilancio turistico-culturale di Gorizia di cui tanto si parla». «Con Padre Bommarco - ricorda Devetag - individuammo l'ex convento e la chiesa di Santa Chiara come sede di un museo in cui fossero esposti il tesoro del Duomo, quella parte cospicua spettante a Gorizia del cosiddetto tesoro di Aquileia (diviso a metà tra gli arcivescovadi di Udine e di Gorizia dall'imperatrice Maria Teresa, quando, nel 1752, decretò la fine del Patriarcato d'Aquileia), e le magnificenze della settecentesca Donazione Teresiana, oggetti di culto di raro pregio. Un museo prestigiosissimo, un autentico gioiello legato a quella storia patriarcale di cui Gorizia è erede diretta». Quindici anni fa, il Comitato per il Giubileo accolse la richiesta goriziana e stanziò oltre 4 miliardi di lire per realizzare il Museo dell'Arcidiocesi. In più, la Fondazione Carigo mise a disposizione quasi un miliardo delle vecchie lire per gli allestimenti (arredi, cornici e teche termiche adatte a custodire tesori assoluti d'arte orafa, lignea e sartoriale) che avrebbero dovuto contribuire a fare del Museo un prezioso scrigno tecnologico mettendo in sicurezza un tesoro della comunità. Un'ipotesi era anche quella di riservare pianoterra, primo e secondo piano dell'edificio al Museo, mentre il quarto sarebbe potuto essere adibito a sala conferenze, ospitando mostre temporanee. «Sarebbe stato un Museo di portata nazionale ed europea nel centro di Gorizia - conclude Antonio Devetag -, del quale l'arcivescovo Bommarco era entusiasta. Ma lui ora non c'è più, la Curia fa orecchie da mercante, segno che l'argomento crea qualche imbarazzo, e tutto tace. Qualcuno dovrebbe spiegare perché».