SENTI il respiro di Dio, a Moscheta. Il monte delle querce sopra Scarperia, tra il Passo del Giogo e Firenzuola: a un'ora dal centro di Firenze conserva una sua bellezza primordiale: una badia medioevale che sbuca d'improvviso dal bosco verdissimo, tra gole ventose. La Curia sta lasciando andare in rovina la chiesa medioevale immersa nel bosco sopra Scarperia. Solo le parti del complesso che appartengono alla Regione sono state sontuosamente restaurati con i soldi della Tav Un esemplare museo del paesaggio appenninico; i cavalli, indolenti e pacifici; i tortelli poetici di Dante e della Bruna; una capra gentile, che infila il muso nel libro che stai leggendo. Qua, nel 1034, il sanguigno santo fiorentino Giovanni Gualberto fondò un'abbazia satellite della sua Vallombrosa. La dedicò a san Pietro, che al samaritano Simone il quale, facendosi passare per mago, gli aveva offerto del denaro in cambio del potere di fare miracoli rispose: «Vai al diavolo, tu e i tuoi soldi, se hai pensato che il dono di Dio si possa comprare col denaro!"» (Atti degli Apostoli, 8, 20). Giovanni era infatti ossessionato dal vizio terribile che prende il nome da quello di Simon Mago: la simonia (cioè la compravendita delle cose sacre), che affliggeva il vescovo di Firenze, schiavo del denaro e corrotto fin nel midollo. Nel 1068, ecco finalmente la vittoria: il monaco Pietro, poi detto a buon diritto Igneo, dimostrò che le accuse di san Giovanni Gualberto erano fondate superando indenne la prova del fuoco preparata nel monastero fiorentino di San Salvatore a Settimo. Conclusione: il vescovo simoniaco dovette scappare a gambe levate, esiliato dal papa a Pomposa. Oggi, quasi mille anni dopo, la Curia di Firenze si prende la più terribile delle rivincite, lasciando andare in rovina la dolce e forte Badia di Moscheta. La situazione è surreale, perché le parti del complesso che appartengono alla Regione Toscana sono state magnificamente restaurate con i soldi del Tav. Consiglia il Vangelo di farsi amici con le disoneste ricchezze: qua con le compensazioni della terribile Alta Velocità che ha sconquassato il territorio e seccato i fiumi: il torrente Veccione, che scorre accanto alla badia, ha perso 2.700 litri al minuto, per dire si è fatto almeno un piccolo miracolo. Ma oltre il muro da cui inizia la proprietà del vescovo di Firenze, tutto precipita in un gorgo di abbandono e rovina: la grande e bella sala della canonica, e la chiesa stessa, versano in un incredibile stato di degrado. D'accordo, l'interno della chiesa è moderno e non ci sono opere d'arte: ma ormai il pericolo di un crollo imminente minaccia le stesse mure medioevali, tra poco la Badia di Moscheta non avrà più segni sacri. Fa male entrar dentro. Lo spesso guano dei pipistrelli copre il pavimento, il camino, i mobili. Profonde crepe attraversano le sale. E, in una scena da ultimi giorni di Pompei, una quantità di arredi, statue e paramenti sacri giace abbandonata in terra, o sui tavoli. Ma nessuna fuga ha determinato tutto questo: se non forse la fuga dalle proprie responsabilità morali. È forte il contrasto tra la bellezza mozzafiato degli esterni e la rovina degli interni, e non meno forte è il paradosso per cui le parti di questo complesso sacro che ora appartengono ad un laico ente pubblico sono perfette, mentre quelle della Chiesa appaiono sul punto di crollare. Nonostante la sua enorme ricchezza immobiliare, posso capire che la Curia di Firenze non intenda investire su edifici che non servono al culto. Ma qua si tratta di salvare un patrimonio storico eccezionale, un luogo che testimonia la capacità altissima dei nostri padri di vivere, progettare e costruire non contro la natura, ma in armonia perfetta con essa. E non si tratta di salvare il passato, ma il futuro: una volta ristrutturata, e magari sconsacrata (tanto, meno sacra di come è ora non potrebbe essere) la Badia di Moscheta potrebbe per esempio diventare una fantastica residenza per alcune famiglie di migranti: quelli che papa Francesco invita i parroci ad accogliere, e ad ospitare. Già, perché non è detto che l'arte e la bellezza debbano declinarsi solo in chiave di lusso esclusivo: perché esse sono, invece, naturalmente inclusive. E c'è da giurare che san Giovanni Gualberto e il suo Pietro Igneo sarebbero felici se vedessero il cuore antico di Moscheta tornare a battere. Perché lasciar morire le cose belle è come vendere le cose sacre: un peccato davvero difficile da perdonare.