Acidini: quante volte ho chiesto a Roma di cambiare le regole Che i musei e i monumenti siano da equiparare a servizi essenziali, l'ex soprintendente Cristina Acidini lo sostiene da anni. Ha più volte sollecitato prefetti e ministri. Addirittura nel 2013 lo aveva fatto scrivere sulla home page del sito del Polo museale: «Occorrono dei cambiamenti alle regole...». Un anno fa le dimissioni, prima che la riforma dei beni culturali fosse approvata. Un anno dopo, poco prima dell'arrivo dei nuovi manager di Uffizi, Accademia e Bargello, la svolta del governo su assemblee e scioperi nei musei. Una beffa per la storica dell'arte che si è ritrovata più volte a trattare con i sindacati per anticipare o ritardare un'assemblea. O per convincere i dipendenti del Polo a lavorare nei tre giorni tabù (Primo maggio, Primo gennaio e 25 dicembre). Renzi annuncia il decreto da lei tanto richiesto. Lo fa lanciando gli hashtag colosseo e lavoltabuona. Dice: «Non lasceremo la cultura ostaggio di quei sindacalisti contro l'Italia». Per una volta le ha dato ragione. «Non è l'unica volta. Può capitare si sia d'accordo con me, visto che mi sono occupata per decenni dei beni culturali e a Firenze, che è la cartina tornasole di esigenze e criticità nel rapporto col pubblico. Nel 2013 lo scrissi addirittura sul sito del Polo che occorrevano cambiamenti delle regole: sia per il diritto di assemblea, da regolamentare in modo razionale, che per i tre giorni di chiusura spesso oggetto di commenti scandalizzati anche se previsti dalla legge. Ma questa società non accetta impedimenti, talvolta nemmeno un semaforo rosso. I diritti degli altri vengono visti con crescente fastidio. Il livello di insofferenza è sempre più alto». Renzi le dà ragione, Susanna Camusso le dà torto. La segretaria della Cgil dice che questo decreto minaccia le regole della democrazia... «Intanto diciamo che il problema delle chiusure più o meno improvvise dei musei è stato ulteriormente esasperato rispetto a quanto scrivevo nel 2013. Questo decreto è una necessità dopo anni in cui ho dovuto negare o chiesto di spostare assemblee sindacali. E dopo anni di negoziati e, se mi permette, comunicazioni sbagliate: non ci sono mai stati scioperi improvvisi. Camusso? Le assemblee sono un diritto, per negarle o rimodularle serve una legge». Che le avrebbe risolto qualche grattacapo... «In italiano si dice tra l'incudine e il martello, a Firenze tra l'uscio e il muro. È sempre stata una situazione contraddittoria e di ristrettezza. Da un lato si viene accusati dal politico che sostiene i diritti dei visitatori, dall'altro magari dai sindacati (che ora non va più tanto di moda sostenere). Io ho sempre cercato di mediare». Con questo decreto finiscono le mediazioni? «Si tratta di sacrificare la libertà di qualcuno a vantaggio della libertà di un altro, magari arrivando a un punto d'intesa che finora si cercava di trovare localmente». Lei ha fatto la battaglia, ma gli effetti se li godranno i nuovi manager. Bello scherzo le hanno fatto a Roma... «Per i nuovi direttori hanno già trovato finanziamenti, ora gli tolgono gli impedimenti. La scommessa che qualcuno ad alto livello sta giocando è di non far loro trovare impicci: quando si vuole avallare il cambiamento si mette in difficoltà chi c'era prima e si agevola chi viene dopo. Faccio la storica, la mia esperienza si dilata nei secoli indietro. Sono meccanismi umani largamente prevedibili».