Il Colosseo chiude per assemblea sindacale (ma per due ore e mezzo!), e il ministro per i Beni culturali sbotta, e annuncia che oggi chiederà al Consiglio dei Ministri di includere la fruizione dei Beni culturali tra i servizi essenziali. Prima considerazione: l'assemblea è regolare, ed era regolarmente annunciata. Perché il ministro non ha organizzato fin da ieri una efficace campagna di comunicazione? Seconda, più importante, considerazione: l'accesso alla cultura è davvero un servizio pubblico essenziale. Ma non è negato dalle assemblee sindacali, è negato dalla politica suicida ed eversiva dei governi della Repubblica che hanno indscriminatamente tagliato i fondi (Berlusconi li dimezzò nel 2008, e dopo nessuno ha mai rimediato) e il personale (proprio Franceschini e Renzi hanno appena ridotto di un terzo le piante organiche del Mibact). D'altra parte, l'assemblea sindacale verte proprio su questo: con gli organici ridotti così, non si riesce più ad andare avanti. Accanto alle foto del cartello del Colosseo chiuso per assemblea, bisogna leggere questi due cartelli (per ingrandirli: http:articolo9.blogautore.repubblica.it20150918cultura-servizio-pubblico-essenziale?refHREA-1). Uno l'ho fotografato io qualche giorno fa sulla porta della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (la più importante d'Italia), l'altro me l'ha mandato lo storico dell'arte Matteo Borchia, e sta ora sulla porta dell'Archivio di Stato di Roma. In entrambi si dice ufficialmente che l'accesso alla cultura è negato per alto tradimento del superiore minsitero: perché, cioè, Franceschini non assume e non dà fondi. Siamo ridotti a far funzionare le istituzioni pubbliche fondamentali della cultura attraverso il volontariato. Allora: benissimo dichiarare la cultura un servizio essenziale. Ma bisogna sapere che un simile provvedimento metterebbe ipso facto sul banco degli imputati non i sindacati, ma il governo e il ministro in carica. Se è l'annuncio di una conversione, evviva. Se invece è il solito storytelling, abbiamo già dato.