L'ORMAI EX DIRETTORE DEGLI UFFIZI INAUGURA OTTO NUOVE SALE "SONO SERENISSIMO. MA PER IL MIO SUCCESSORE UN INCARICO SPROPORZIONATO" OTTO stanze dalle pareti di un verde tenue che ammicca ai dipinti di Paolo Uccello e Beato Angelico, per restituire spazio, tempo, poesia e visibilità ai maestri della pittura quattrocentesca fino ad oggi penalizzati dalla coabitazione con nomi più popolari e altisonanti come quelli di Michelangelo o Raffaello. È un riallestimento all'insegna della lentezza e della godibilità quello delle sale dalla 25 alla 32 presentato ieri agli Uffizi e permesso, insieme a importanti interventi di adeguamento impiantistico (illuminazione, climatizzazione e sicurezza) da una donazione di 600 mila euro da parte della Salvatore Ferragamo spa: una vera e propria boccata d'ossigeno per quarantatré quadri, fra gli altri, di Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, Pietro Perugino, Filippino Lippi, Lorenzo di Credi, Luca Signorelli, oggi disposti lungo un percorso a "u" che si ricollega ad altri due ambienti anch'essi dalle pareti verdi, dedicati rispettivamente alla scultura greca e al giardino di San Marco, inaugurati lo scorso anno. Un'operazione che incarna in ogni aspetto il pensiero, più volte ribadito, di Antonio Natali, che firma il nuovo allestimento con Daniela Parenti riassumendone così il senso: «Sul termine "valorizzazione", diventato improvvisamente così attuale, c'è forse un po' di confusione. Per me valorizzare significa rimuovere i concetti del feticcio e del mito. Abbiamo deciso di concedere privilegi di spazio a opere poco guardate e importantissime, che pativano il riscontro diretto con pittori fin troppo amati, inserendo intervalli che consentano di leggerli come testi poetici». Per poi spiegare: «Per esempio nella prima sala, là dove c'era il Tondo Doni di Michelangelo, ora c'è il Tondo del Ghirlandaio che aveva accanto un Botticelli. Quel Tondo non lo guardava nessuno. Ora è da solo. In queste sale in cui prima le opere erano 107, e ancora mi chiedo come facessero a starci, ora sono 43. Molte di queste tavole stanno da sole nella loro parete e finalmente le possono vedere tutti quelli che vengono agli Uffizi per una curiosità intellettuale e non per soddisfare un rito». Un lascito in tutto e per tutto, insomma, per il direttore uscente del più visitato museo italiano, accorpato dalla riforma Franceschini a Palazzo Pitti e Boboli, che alla vigilia del passaggio di consegne col tedesco Eike Schmidt non rinuncia a togliersi qualche sassolino dalle scarpe: «Gli ho consigliato di trovare un buon medico che lo assista in questo incarico che a me pare sproporzionato, soprattutto perché se si deve fare il lavoro per i Nuovi Uffizi il tempo per badare a undici musei di questa importanza credo che sia poco. Io personalmente probabilmente non ce l'avrei fatta, quindi è meglio che sia stato scelto lui». Pur continuando a definirsi «serenissimo » - «Credo che le mie notti ci guadagneranno e forse anche i miei giorni, perché ho il tempo finalmente per studiare», sorride, riferendosi al suo imminente addio al museo Natali non manca di rimarcare il proprio appunto per alcuni aspetti della riforma. A cominciare dalla soppressione della figura dell'archeologo dal nuovo organico della Gal-leria: «In molti sono soliti definire gli Uffizi, erroneamente, una pinacoteca, dimenticandosi della loro collezione di sculture antiche. Oggi sono legittimati perché sembra essersene dimenticato anche il ministero», dice, dopo aver sottolineato la presenza, nella nuova sala 30, di un Doriforo romano del I secolo dopo Cristo. E ancora: «Mi hanno accusato di essere troppo severo sul prestito di opere: ne prestiamo duecento all'anno, sfido qualunque museo tedesco o inglese a poter dire lo stesso».