IL PAESE con il più grande patrimonio culturale chiuso al pubblico. La parafrasi alla frase diventata ormai luogo comune quando si parla di Italia e di arte è d'obbligo se si considera l'enorme patrimonio culturale sconosciuto ai più, "vietato" al pubblico per vari motivi: carenza di personale, mancanza di denaro per il ripristino architettonico o più semplicemente incuria. È il destino che avvolge anche alcuni tesori pugliesi. L'ultimo caso riguarda il castello di Manfredonia, 11mila visitatori l'anno solo negli Open days, punto di incrocio tra turismo religioso e vacanziero. A luglio scorso un pullman carico di turisti e diretto verso il castello, ha scoperto solo al momento dell'arrivo all'ingresso che questo era inaccessibile. Chiuso da marzo scorso per lavori di messa in sicurezza degli spazi. Il castello dovrebbe riaprire a fine novembre. Problematiche normative legate alle leggi sulla sicurezza e alla particolare tipologia dell'immobile spiegano dalla Soprintendenza archeologica pugliese hanno reso obbligatoria la chiusura. Una decisione che non è piaciuta ai sindacati: «Così si danneggia il turismo. Si poteva pensare a un modo di aprire anche solo parzialmente la struttura dice Matteo Scagliarini della Cgil è quello che sta succedendo nel castello di Bari e a Castel del Monte, anche questi interessati da lavori». Ma quello di Manfredonia è solo uno dei tanti beni pubblici nascosti e inaccessibili al pubblico perché chiusi o poco valorizzati. Ad elencarne alcuni ci ha pensato Dino Borri, professore ordinario di Ingegneria del territorio al Politecnico di Bari e presidente del Fai Puglia. «Per esempio, a Putignano dice il docente nel cuore del centro storico c'è palazzo Romanazzi-Carducci. Era sede dell'Ordine di Malta, con tanto di giardino pensile. Fu donato al Comune nel 1967. Non è mai stato aperto». Poi ci sono quei beni aperti, ma difficilmente fruibili. È il caso della necropoli di Canosa, «inaccessibile per ampia parte», conferma Borri, che all'elenco aggiunge anche il Botromagno di Gravina, un parco archeologico in città: «Questo non è inaccessibile, ma difficile da conoscere. Sarebbero utili delle guide». Più o meno quel che servirebbe anche all'altro parco archeologico di Monte Sannace di Gioia del Colle, il più importante centro dell'antica Peucetia fra sesto e quarto secolo avanti Cristo. E che dire del museo civico di Canosa? «Assoggettato a molte restrizioni», commenta l'urbanista riferendosi a palazzo Iliceto, che ospita gran parte del materiale archeologico canosino. Le stesse restrizioni che ostacolano la visita dello straordinario museo nazionale dell'antichità di Ruvo «dove ci sono forme di messa a disposizione del pubblico che magari vorremmo vedere potenziate. Ma anche la vastissima consistenza dell'architettura rupestre di Massafra, Gravina, Mottola e Laterza è esposta a intemperie. Un caso di totale abbandono». L'elenco dell'arte inaccessibile si tinge di giallo quando si parla dei beni del museo di Santa Scolastica a Bari, in particolare dei vasi canosini «gialli e rossi, una produzione straordinaria e unica nel mondo greco. Si dice siano stati restituiti in parte ai musei di appartenenza come Ruvo e Canosa. Il timore è che qualcuno sia andato disperso». Risulta impossibile da visitare il castello Alfonsino di Brindisi, affacciato sul mare. Gli ultimi "visitatori" si sono visti a maggio. Erano dei vandali che hanno rotto la catena dell'ingresso e danneggiato una porta. I pochi fortunati che invece hanno messo piede nella secentesca chiesa del Monte di Pietà a Barletta parlano di un tesoro custodito nel centro storico. «Un luogo straordinario », fruibile solo in occasione delle funzioni religiose dell'Arciconfraternita Real Monte di Pietà. Difficile fare un elenco dettagliato dei tesori inaccessibili: «Non esistono file digitali - commenta Borri - Basta questo per farci capire come siamo messi».