«Abbiamo un'emergenza sulla ragione stessa dell'appartenenza a una comunità. Penso a quella dell'Unione Europea, i cui principi di appartenenza ultimamente sono messi in discussione, e non solo per l'immigrazione. Per la nostra comunità, la cultura è il senso . E rimetterla al centro del dibattito politico significa ritrovare i valori della nostra appartenenza». È rarissimo che un presidente del Consiglio varchi il portone del Collegio Romano, sede del ministero per i Beni e le attività culturali. Ieri Matteo Renzi ha voluto partecipare col ministro Dario Franceschini alla presentazione dei nuovi venti direttori dei principali musei italiani (con autonomia scientifica e di bilancio). E ha legato la questione cultura al nodo identitario «in un momento in cui in Italia è tornata la fiducia, non solo quella economica ma degli uomini e delle donne verso il Paese. Parto da Taranto, città importante per mille motivi, per dire quale straordinaria bellezza sia in grado di sprigionare l'Italia... La cultura è il valore di fondo, poi saranno le riforme, le emergenze, la contingenza della politica a prendersi le prime pagine. Ma la cultura è la priorità». Chiarisce anche che la sua polemica, da sindaco di Firenze, con il mondo delle sovrintendenze non ha mai messo in discussione «il valore di tanti professioni eccellenti e della stessa cultura della tutela. Ma è importante che ci sia chiarezza sulle regole. Se si fa una domanda, è impensabile aspettare due anni per ottenere la risposta». Una difesa esplicita del contestato meccanismo del silenzioassenso (90 giorni di tempo lasciati alle sovrintendenze per replicare a una richiesta, per esempio di edificazione) inserito nella delega della riforma della Pubblica amministrazione. Il presidente del Consiglio delinea la scommessa della riforma: «Oggi il museo è esperienza, ha bisogno di un'organizzazione meno rigida ma al contempo deve essere in grado di riaffermare certi valori. Questi venti professionisti hanno esperienze di grande profilo e grandissime responsabilità, su di loro sta la sfida che si possano portare per mano i musei nello spazio inquietante e affascinante del futuro». Franceschini risponde anche a chi accusa, ricorrentemente, il sistema italiano di non riuscire mai a entrare nelle graduatorie dei musei più visitati del mondo: «Una volta per tutte, diciamolo, quella cifra non ci sarà mai. I nostri musei sono enormemente più piccoli, per esempio, del Louvre. Agli Uffizi c'è necessariamente il numero chiuso. Però l'anno scorso abbiamo avuto oltre quaranta milioni di visitatori, più dei cinque musei più grandi al mondo messi insieme. Se lavoreremo come sistema non avremo rivali». Franceschini ha insistito sul «fare sistema» annunciando anche che verrà riformulato un meccanismo di solidarietà che già funzionava in passato: «Tutti i venti musei autonomi verseranno un 20 per cento a un fondo che servirà ad aiutare i musei più deboli». Ipotesi che sicuramente aprirà un fronte polemico da parte di chi è spesso già in affanno sul fronte del personale e delle risorse. E sempre Franceschini ha archiviato come «ideologiche» certe polemiche sul progetto generale di valorizzazione del sistema museale italiano, immaginando anche «più ristoranti e servizi di ristorazione nei musei per unire anche l'eccellenza della cucina italiana di quella località». Confermato il progetto di una grande scuola di cultura della tutela da aprire agli studenti stranieri sulla base di accordi bilaterali con i singoli Paesi, in collaborazione col dicastero degli Esteri.