Il Grande Ritorno alle origini, così potrebbe anche intitolarsi la mostra "Magna Graecia. Archeologia di un sapere" che si apre il 19 a Catanzaro, promossa dall'Università del capoluogo e dal suo rettore Salvatore Venuta. Perché la rassegna fa tornare a casa, dopo tanti secoli, capolavori d'arte conservati altrove, perché si ripercorrono le orme di chi per primo scopriva monumenti sepolti e abbandonati e li portava alla conoscenza del mondo, perché si riscopre il gusto che stava alla base delle collezioni del Settecento e dell'Ottocento, perché, infine, le nuove ricerche si ricollegano idealmente alla Scuola di Pitagora, nata a due passi da qui. Un altro ritorno eccellente è quello di Salvatore Settis, calabrese, studioso apprezzato anche all'estero - fino al 1999 ha diretto il Getty Research Institute for the History of Art and the Humanities di Los Angeles - che ha curato l'evento espositivo. Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, dov'è professore ordinario di Storia dell'arte e archeologia classica, membro del Comitato scientifico del Mart di Rovereto, ha condotto battaglie civili sulla stampa nazionale in difesa della gestione pubblica del nostro patrimonio culturale. Ed è anche su questi temi che si svolge il nostro colloquio. Professor Settis, la Calabria sembra davvero voltare pagina se per il suo sviluppo punta sulla cultura e sulla scienza: la mostra di Catanzaro riscopre un passato illustre ed è sponsorizzata da un ateneo che promuove ricerche d'avanguardia applicate alla medicina. «Mi sembra molto positivo che un'università calabrese, per festeggiare un importante anniversario, anziché promuovere cerimonie e manifestazioni spettacolari, investa in un evento culturale destinato alla fruizione del grande pubblico. Per tale motivo ho accettato con molto piacere la proposta del rettore Venuta di curare la mostra, coinvolgendo nella progettazione la Scuola Normale Superiore di Pisa». Perché è importante, oggi, riparlare di Magna Grecia? «Per due ragioni. Innanzitutto perché è ancora valido il messaggio lasciato dai grandi pionieri dell'archeologia e cioè che la consapevolezza culturale della Magna Grecia non serve solo a chi vi abita, ma è stimolo costante di impegno, per la conoscenza e la trasmissione della sua eredità nel futuro. In secondo luogo perché la stessa immagine della Magna Grecia non è ingessata, o ibernata, ma cambia continuamente grazie alla ricerca che la ripropone e la trasforma». Tutti ritengono l'archeologia un grande patrimonio italiano, specialmente per il Mezzogiorno; ma le soprintendenze hanno sempre minori risorse, mentre l'intervento dei privati si limita ai siti più noti. Secondo lei com'è possibile superare questo gap? «È vero: l'intervento dei privati, che si è concentrato per 1'85-90 per cento da Roma in su, nel Meridione è pressoché inesistente. Comunque questa partecipazione è auspicabile solo se collegata alla funzionalità delle strutture pubbliche delegate per legge alla tutela. Purtroppo l'ultima riforma del ministero, di carattere burocratico e amministrativo, non ha mirato, come avrebbe dovuto, a una maggiore efficienza della tutela, fondata sulla ricerca. Una disfunzione alla quale, tra l'altro, corrispondono risorse economiche sempre più esigue, restringendo il campo operativo degli organi preposti alla salvaguardia. Sarebbero necessari maggiori autonomie per le soprintendenze, capitali più consistenti e la possibilità di assumere personale attraverso concorsi rigorosi e garantiti». È auspicabile un tavolo permanente fra regioni, province, comuni, università, operatori economici e turistici, per una gestione più organica e produttiva? "Ferma restando l'importanza delle soprintendenze, le istituzioni territoriali e le università possono svolgere un ruolo di grande rilievo. Dovrebbero coordinarsi nell'interesse del patrimonio comune, mentre spesso, per motivi politici di vario genere, finiscono col determinare solo conflitti di competenze. Ci vorrebbe davvero un "patto civile" per la tutela e la valorizzazione che, partendo dagli interessi dei cittadini e dei beni che a essi appartengono, punti alla soluzione dei vari problemi e non alla divisione delle funzioni o delle competenze». Lei molte volte, sulle pagine di "Repubblica", ha messo in guardia sui rischi che corre la tutela del nostro patrimonio culturale e paesaggistico, garantita dalla Costituzione. Una delle sue battaglie ha riguardato la legge sul "silenzio-assenso" per la vendita di beni storici e artistici. È ancora un pericolo? «La norma originaria conteneva un alto grado di pericolosità, in seguito frenata da un nuovo decreto. Ma non c'è da stare tranquilli. Il principio è infatti rispuntato nella legge sulla competitivita, a sua volta rientrato dopo le denunce apparse sui maggiori quotidiani. Quest'ultimo episodio, risalente a poche settimane fa, mi induce a pensare che il "silenzio-assenso" sia un mostro sempre in agguato, dal quale ci dovremo ancora difendere». Quali dovrebbero essere le emergenze da affrontare, il segnale nuovo, da parte di una politica dei beni culturali? «Il segnale più importante sarebbe la decisione di procedere a nuove assunzioni di personale specializzato e, insieme, una seria riflessione sul profilo degli addetti culturali, attraverso percorsi formativi che comprendano gli aspetti gestionali». Di recente la Scuola Normale di Pisa e l'Università Bocconi di Milano hanno dato vita alla Fondazione Erga, presidente Paolo Fresco, per sostenere progetti di ricerca dedicati all'economia e al management delle istituzioni culturali. L'alto livello formativo dovrebbe essere un obiettivo anche per il Sud. «Certamente. Abbiamo creato questa sinergia per avviare un percorso sperimentale dove confluiscono sia conoscenze storiche, artistiche, archeologiche, che manageriali. La nostra maggiore aspirazione è quella di poter creare dei modelli trasferibili soprattutto al Sud, dove esistono tutte le competenze e le intelligenze necessarie». Ottocento tesori da riscoprire (scheda di M. R. P.) Fermatrecce e anelli d'oro di età micenea, statue, specchi, leggi incise nel bronzo, laminette auree, armi, monete, e poi incisioni, mappe, quadri: sono più di 800 i reperti che fino all'autunno racconteranno la Magna Grecia nel complesso monumentale di San Giovanni a Catanzaro. La mostra, che apre i battenti il 19 giugno con il contributo di Regione, Provincia e Comune, si propone di riallacciare indagini ed esperienze antiche con quelle dei nostri giorni. Non illustra infatti solo l'aspetto artistico di un'esperienza storica straordinaria, ma ricompone un paesaggio, fa rivivere l'emozione delle prime scoperte con l'omaggio ad archeologi come Umberto Zanotti Bianco e Paolo Orsi, presenta i più recenti ritrovamenti. Un posto di rilievo è occupato dal Trono Ludovisi, un trittico in marmo pregiato del V secolo a. C. Considerato un capolavoro di arte magnogreca, continua a incantare con i suoi rilievi figurati: la nascita di Afrodite dalla spuma del mare, tra due enigmatici personaggi femminili, celata da un velo trasparente che forse in origine era dipinto come un cielo stellato. Altro punto di attrazione è il Kouros di Reggio, presentato al pubblico per la prima volta: un giovinetto nudo di marmo pario, dal sorriso arcaico, che conserva intatta la sua capigliatura a riccioli color ruggine (fine VI - inizio V secolo a. C). Di particolare bellezza e vivacità figurativa sono i pinakes locresi, quadretti sacri di terracotta legati al culto di Persetene, e colpisce la serenità del volto dell'Apollo ritrovato a Cirò, un raro acrolito risalente alla metà del V secolo a. C: testa, parrucca e piedi di marmo per un simulacro che aveva il corpo in legno o creta, ricoperto da un abito di stoffa e ornamenti (fino al 31 ottobre, Catalogo Electa).