Nella demenziale disputa filologica sulla marca degli assorbenti (Tampax oppure Ob) usati dalla portoghese Joana Vasconcelos per realizzare lo smisurato lampadario (titolo A novia) che apre la sezione Sempre più lontano, non solo si può leggere tutta la inadeguatezza culturale della 51a Biennale di Venezia, ma anche tutto lo spaesamento del sistema dell'arte oggi. Perché alla fine c'è più ironia dissacrante nella foto (la curatrice Rosa Martinez si offre a un perfetto baciamano di Vittorio Sgarbi di fronte alla cascata di assorbenti) piuttosto che nei manifesti iperfemministi delle Guerriglia Girls affissi alle pareti dell'ingresso delle Corderie. E forse, sui rapporti tra arte e potere, non dice di più la foto di gruppo con Vittorio Sgarbi, Rosa Martinez, Rocco Buttiglione, ministro sdegnato, il presidente della Biennale Davide Croff, e l'ambasciatore Umberto Vattani, intorno all'opera dell'argentino Sergio Vega, La Genesi secondo i pappagalli? Perciò, sia che si rifletta sulle sofisticate suggestioni di Annette Messager (Leone d'oro con il padiglione francese) o sull'espressionismo classico delle sculture di Thomas Schutte (anche lui Leone d'oro) o ancora sulla scultura di fango Hope Hippo di Jennifer Allora Guillermo Calzadilla, o sull'installazione onirica del tedesco John Bock, è forte il sentimento che questa Biennale rifletta davvero lo stato culturale dell'arte del nostro tempo. Non c'è più bisogno di rimandare ai posteri questa «ardua sentenza". C'è della saggezza profonda nell'ignota performer spontanea , ma scambiata da molti critici laureati per un'artista vera, che d'improvviso urla fuori di senno di fronte alle figure del grande Francis Bacon in una delle sale cruciali del Padiglione Italia ai Giardini, Così come c'è del sarcasmo intelligente nelle statue contorte dal riso dello spagnolo Juan Munoz schierate sulle gradinate di bronzo che accompagnano i visitatori lungo la strada che porta alla mostra curata da Maria de Coral, L'esperienza dell'arte. Un subisso di stroncature, spesso gentili e cortesi, ma ferme e inappellabili. Se voleva essere una mostra storica sulla Biennale, perché non figurano le due esperienze intemazionali dell'arte italiana, come la Transavanguardia di Achille Bonito Oliva o l'Arte povera di Germano Celant? E perché non c'è Lucio Fontana e si è sentito il bisogno di far vedere Philip Guston o Francis Bacon? Se si volevano citare maestri del passato, allora tanto valeva tornare a Tiepolo, o Tiziano. Rientrato dopo un giro per i Giardini e le Corderie, un artista brasiliano avrebbe sommessamente confessato: «Solo un sadico può immaginare la Biennale dell'arte contemporanea a Venezia dove c'è San Marco».