Vincenzo e gli altri: «Alla fine la bellezza salverà il quartiere» NAPOLI. La bellezza salverà la Sanità? Sì, una parte l'ha già salvata. Mezzi pubblici permettendo, si arriva alla Basilica dell'Incoronata a Capodimonte. Eccole le catacombe di Napoli. Restaurate e rimesse al mondo per volontà del rione. Varcati i cancelli è qui che si incontra una «paranza» di ragazzi che guida la rinascita di un quartiere che a piccoli passi cerca di aprirsi. Paranza di nome e di fatto: è il nome della cooperativa e dà l'idea del gruppo, della comunità. Che fa sviluppo, crea lavoro, sfruttando la bellezza, grazie alla cultura. Dove si spara, purtroppo. Dove si spaccia, pure. Dove c'è la camorra, certo. Un paradosso? Vincenzo Porzio che è voce e una delle anime della Paranza è di ritorno dal funerale di Gennaro Cesarano. E ieri e l'altro ieri è stato a tutte le manifestazioni della Sanità, «perché in questo momento il quartiere è dolore e unità». È così, spiega, che funziona da queste parti. «Lo striscione strappato? Un atto contro la presidente della Municipalità non per dire che la camorra non esiste. Sono le modalità che il quartiere non accetta più: lo Stato è assente e si fa vedere solo in questi momenti, per farsi fotografare». Tant'è che aggiunge: «È bello vedere la camionetta della polizia in piazza, vedere quattro o cinque poliziotti che parlano con i bambini. Solo così uno di quei bambini potrebbe decidere di fare il poliziotto». Nella Sanità tutto cambia grazie a due preti illuminati che si danno il testimone: Peppe Rassello e Antonio Loffredo. Sono loro che con lucida follia decidono che solo la Sanità può cambiare la Sanità. E così nel 2006 nasce la cooperativa, su base volontaria, nel 2008 partecipano al bando della fondazione Con il Sud, nel 2010 riaprono le catacombe. Con tutto quello che ne è seguito. «Partiamo da un assunto spiega Enzo : la qualità paga, la bellezza attrae». È una scommessa, la stanno vincendo. Nel 2009 i visitatori sono seimila, nel 2014 sono sessantamila, insomma non tantissimi in meno del blasonato museo di Capodimonte che ne conta 97 mila di cui sessantamila non paganti. Oggi in venti hanno contratti regolari («e se non avessimo la pressione fiscale che c'è in Italia, saremmo il doppio»), età media 25 anni. Molti sono laureati, gli altri studiano, tutti conoscono l'inglese e la cooperativa paga stage all'estero, Francia e Spagna principalmente, ma tra un po' anche in Germania per imparare il tedesco. «L'accompagnamento non è mai solo storico-artistico. Noi raccontiamo la nostra storia durante le visite e i turisti la colgono, lo capiamo dai loro messaggi. Sanno che per esempio l'impianto di illuminazione è stato realizzato da una cooperativa della Sanità. È una luce, quindi, che vale il doppio». Vincenzo Porzio, che nella Sanità è nato e vive, è un trentenne oggi che prima di tornare a Napoli, era volato a Londra. «Questo lavoro è funzionale a far girare un'economia che dà dignità all'uomo e al quartiere. E il visitatore è il primo ambasciatore della Sanità». Per questo essere ripiombati nel racconto della Sanità terra di camorra «per noi sarà un danno». La fondazione San Gennaro è l'ultimo capitolo di questa storia che ha appassionato anche l'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Un ente con privati e due anime: la rete di cooperazione San Gennaro e la rete dei commercianti del rione Sanità». E continua: «Ho molti amici che non fanno quello che faccio io, ma sanno che io sono fortunato perché lavoro regolarmente, con amore e per la mia città. Allora la pizzeria sotto casa ha iniziato a fare il menù in italiano e in inglese, la salumeria ha proposto l'assaggio di mozzarella campana gratis. Nessuno ha mai rotto le scatole. Anzi. Nel rione c'è un umanesimo che o diventa umanità o muore. Oggi le famiglie capiscono che questa è la strada per i loro figli. E in giro cominciano a riconoscere che quello che si sta facendo nella Sanità è una delle strade per le periferie di tutta Italia, non solo di Napoli. Perché quello che facciamo genera benessere. E allora i fatti che sono successi in questi giorni ci hanno addolorato, ma hanno rafforzato quello che pensiamo e cioé che si può cambiare».