È una delle stelle più brillanti dell'arte contemporanea e il suo curriculum è un lungo elenco dei musei più prestigiosi del mondo. Eppure, per il suo esordio milanese, Cai Guo-Qiang, nato a Quanzhou nel 1957, Leone d'oro alla Biennale di Venezia del 1999, non ha scelto un museo d'arte, bensì quello della Scienza e tecnologia Leonardo da Vinci. Il luogo ideale, a suo avviso, per erigere l'immensa installazione di macchine volanti, sommergibili, robot e veicoli assemblati con materiali di recupero, appesi intorno a una portaerei di acciaio corten issata in verticale come un totem di 24 metri nel chiostro cinquecentesco dell'ex monastero olivetano. Rimescolare le carte è d'altra parte il cuore del suo lavoro che si pone come una sfida intellettuale a quello stesso sistema dell'arte che lo osanna. Alla Biennale, per esempio, Cai spiazzò tutti convocando degli artisti accademici che, sotto gli occhi di un pubblico abituato alle stravaganze più estreme, plasmavano statue di terracotta nel più desueto stile del Realismo socialista. Finì che l'accademismo vinse il Leone d'oro proprio nel tempio dell'avanguardia. Cai recupera, riporta alla luce, si appropria dell'esistente e quindi valorizza il lavoro collettivo come antidoto al mondo di oggetti anonimi e commerciali. Non a caso l'artista utilizza spesso la polvere da sparo, materiale effimero che, fatto esplodere, lascia buchi neri sulla carta. Cai ne ricava magie e infatti a lui furono affidati gli effetti speciali delle cerimonie di apertura e chiusura dei giochi olimpici di Pechino. Anche in «Peasant da Vincis» (Contadini da Vinci), titolo dell'opera in mostra a Milano, le macchine sono invenzioni di ingegnosi contadini cinesi, sconosciuti Leonardo, viste e collezionate da Cai durante i suoi viaggi nella madrepatria. «Sono macchine nate dal desiderio di sfuggire alla forza di gravità che trattiene la vita di ognuno. Collezionando i sogni di quei contadini vedo un riflesso di me stesso e i loro sogni ora sono nello stesso luogo di quelli di Leonardo», spiega. La mostra è apparsa per la prima volta al Rockbund museum di Shanghai in occasione dell'Expo che aveva per slogan «Better city, better life» ma sui muri del museo milanese Cai ha scritto: «I contadini costruiscono una città migliore, una vita migliore». «Non è il vagheggiamento di un ritorno a un passato di povertà e padroni. Il ritorno alla natura esprime piuttosto il desiderio dell'armonia persa nei grandi edifici delle megalopoli». Passaporto cinese, ma residenza americana, Cai ha un legame profondo con la Cina senza il quale la sua arte perderebbe d'identità. «Sono come un seme cinese: le mie conoscenze si sono poi sviluppate in diverse zone del mondo, ma le radici sono rimaste lì. Recentemente è morta mia nonna. Aveva cento anni e sempre, quando la pensavo o sognavo, piangevo perché avevo paura di perderla. Ecco, per me la Cina è come mia nonna».