LA RECENTE nomina dei direttori dei venti principali musei italiani ha sollevato molte polemiche. Sarà il tempo a dirci se le scelte del ministro Franceschini siano state o meno oculate. Voglio invece parlare della dichiarazione resa dalla poco più che quarantenne Paola D'Agostino, appena nominata alla guida del Bargello: "Non mi considero né italiana né straniera, ma un prodotto tipico della generazione Erasmus". In effetti dal 1987, cioè da quando è nato il programma europeo di scambio culturale e formativo, sono stati coinvolti milioni di studenti di oltre 30 paesi. E' pertinente parlare di "generazione Erasmus"? Esistono, oltre alla comune esperienza formativa, un idem sentire, comuni modi di vedere e leggere la realtà, finalità condivise, soprattutto sul futuro dell'Europa? La prima motivazione per aderire ad Erasmus è il bisogno di evadere, di uscire dal provincialismo, di misurarsi con cose nuove. Conoscere gli altri paesi e apprenderne la lingua e i costumi è un po' come svezzarsi, emancipandosi da certi legami. Oggi poi, in tempi di stagnazione economica e disoccupazione, il periodo di studi all'estero è diventato anche preludio per un possibile sbocco professionale, difficile da intravvedere in Italia. Anche i dati forniti da Bruxelles lo confermano: dopo 5 anni dalla laurea la generazione Erasmus registra il 23 in meno di disoccupati. Il percorso di studi da noi, se confrontato con quello degli altri Paesi, è visto come totalizzante e, spesso, troppo finalizzato al rendimento curricolare, a tal punto da non lasciare spazio a esperienze legate alla crescita globale della persona fuori dell'ambito formativo. Viene vista perciò, con meraviglia e favore, la pratica che in alcuni paesi consente allo studente di prendersi una pausa, un anno sabbatico per raccogliere le idee e arricchire le esperienze di vita. Queste le critiche generalizzate degli studenti italiani: troppo nozionismo, pochissima pratica, scarsa o nulla esperienza sul campo, anche per professioni legate alla persona, dove il rapporto umano e la capacità di relazionarsi sono elementi indispensabili del futuro mestiere. Fin qui le differenze. Ma ci sono dei punti in comune? Coloro che ho sentito affermano che i legami e le amicizie nati con Erasmus sono assai significativi e che permangono tali nel tempo. Grazie anche ai nuovi mezzi di comunicazione si può con pertinenza parlare di una comunità di giovani o ex tali che si identifica con una esperienza ritenuta fondativa per personalità e professione, in grado di ispirare le loro idee, favorendone lo scambio. E' quanto emerge da una ricerca della ThinkYoung dal titolo Erasmo Generation Survey su 1.500 giovani europei. Se così stanno le cose, la parole di Paola D'Agostino sono la risposta migliore di chi si considera, in definitiva, al servizio di una collettività che è insieme nazionale e internazionale. Non resta che sperare maturi il tempo perché le generazioni Erasmus possano prendere in mano le redini del futuro dell'Europa.