È considerato il secondo monumento pisano per importanza dopo piazza dei Miracoli PISA. È il secondo monumento pisano per importanza dopo piazza dei Miracoli ed è chiuso ormai da mesi. Non solo: la possibilità che riapra con l'aria che tira è, nel breve-medio periodo, pressoché vicina allo zero. È la chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano, l'unico monumento aperto al pubblico della splendida piazza dei Cavalieri, recentemente celebrata con una foto sul New York Times con la Scuola Normale Superiore e la chiesa in primo piano (un omaggio a Giorgio Vasari). Fino a pochi mesi fa si poteva visitare grazie al grande spirito di abnegazione del suo rettore, monsignor Aldo Armani. Per ragioni di salute monsignor Armani ha dovuto abbassare bandiera dopo oltre trent'anni, ritirandosi in Duomo come canonico della Primaziale. «Non c'è per ora possibilità di ricambio e la chiesa resta chiusa», dicono all'Arcivescovado. Come si fa a tenere chiuso, in una conosciutissima città d'arte e di cultura come Pisa, un monumento-museo che è sulle guide di tutto il mondo? Sono migliaia i turisti che in queste ultime settimane hanno tentato di visitare la chiesa dei Cavalieri, ma hanno trovato la porta sbarrata. Ciò contrasta anche con il progetto del Comune e più in generale con la valorizzazione del patrimonio artistico e monumentale di Pisa: cioè cercare di spostare l'asse dei turisti da piazza dei Miracoli verso la città uscendo così dal piatto mordi e fuggi, con piazza dei Cavalieri fulcro fondamentale dell'operazione tesa a far conoscere i musei e le chiese sparse in città, sul percorso Borgo Stretto, Corso Italia, fino alla stazione, con i lungarni pieni di musei (tra poco anche quello delle Antiche Navi di Pisa) come magnifico scenario. La proprietà dell'immobile della chiesa dei Cavalieri è dello Stato, che l'ha data in concessione all'Arcidiocesi. Le spese di manutenzione della chiesa spettano all'istituzione religiosa. L'arcivescovo dovrà trovare assolutamente qualcuno che sostituisca monsignor Armani. Per ora tutto tace: trovare un nuovo rettore è complesso, anche per ragioni economiche. Ma non c'è un'alternativa: se non dovesse riaprire entro pochi mesi Pisa si macchierà di una vergogna internazionale. Tutto questo quando sembrava che il peggio fosse passato, dopo la chiusura della chiesa dovuta a infiltrazioni d'acqua, che avevano messo a rischio le tante opere d'arte custodite. Con il finanziamento della Fondazione Pisa di 300mila euro è stato possibile riparare il tetto e l'abside, impermeabilizzando la navata centrale. Sono state rifatte le gronde delle navate laterali e monitorata la loro condizione di conservazione, risultata buona. Chiesa insomma di nuovo a norma, ma incredibilmente chiusa, con un'altra opera d'arte restituita recentemente alla sua originale bellezza: la "Lapidazione di Santo Stefano", dipinta da Giorgio Vasari. La prima pietra della chiesa fu posta il 17 aprile 1565 da Cosimo I de' Medici, il committente del rinnovato spazio pubblico di piazza dei Cavalieri per l'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, fondato dal granduca per combattere la pirateria turca del Mediterraneo. Progettata da Giorgio Vasari, per costruirla in piena libertà fu demolita una vecchia chiesa di San Sebastiano alle Fabbriche Maggiori, citata nel 1074, che prendeva il nome dalle officine dei fabbri presenti nella zona. «Oltre a opere d'arte di grande valore dice Umberto Ascani, presidente dell'Istituzione dei Cavalieri di Santo Stefano la chiesa ospita diverse bandiere, soprattutto cinquecentesche (ve ne sono anche del XVII e XVIII secolo), in gran parte turche, come preda di guerra a testimonianza delle imprese marinare dei Cavalieri di Santo Stefano: un lascito raro e straordinario che non ha confronti in Italia. In particolare c'è il vessillo (fiamma di combattimento turca) issato sulla nave ammiraglia di Alì Pascià alla battaglia di Lepanto, il 7 ottobre 1571. Fu assalita e conquistata dalla "Capitana" e dalla "Grifona", due delle dodici galere dell'Ordine Stefaniano che parteciparono alla storica battaglia». Alle pareti sono collocati tre frammenti in legno policromo di galera toscana da parata dei Cavalieri di Santo Stefano. I legni riccamente intagliati, con schiavi turchi incatenati, draghi e trofei marinari e guerreschi, rappresentano le fiancate e la porta poppiera. Sono opera di Santi Santucci, detto il Santino (XVII secolo), pisano, maestro d'intaglio sotto il Granduca Ferdinando II. Altri frammenti di galera raffiguranti aquile araldiche e teste di moro sono collocati alle pareti della navata centrale. C'è poi un ricco soffitto ligneo dorato, intagliato e dipinto con fondo azzurro del 1605, con tavole raffiguranti le imprese militari dell'Ordine. «Pochi sanno dice il presidente Ascani che le opere che decorano il soffitto hanno anche un particolare valore storico-umano, perché legate al grande Galileo Galilei. Furono eseguiti da Cristoforo Allori, dall'Empoli e dal Cigoli, artisti legati da rapporti di stima e amicizia con Galileo. In particolare il Cigoli, che Galileo riteneva il primo pittore dei suoi tempi». Tra le pregevoli opere d'arte, due acquasantiere di Carlo Fancelli, il pulpito (1627) sempre del Fancelli, due tele a tempera rappresentanti scene della vita di Santo Stefano attribuite al Vasari. Infine, l'altare maggiore (1682) di Cosimo III de' Medici, costruito in porfido orientale da Pier Francesco Silvani, l'urna dell'altare con i resti mortali di Santo Stefano, due organi a fianco dell'altare maggiore, il primo (1734) a sinistra del senese Azzolino della Ciaja, il secondo di Onofrio Zeffirini. Vogliamo davvero continuare a nascondere al mondo tutto questo bendiddio? La città deve appellarsi all'arcivescovo, al sindaco e al ministro per i beni culturali perché si trovi una rapida soluzione per riaprire al più presto la chiesa dei Cavalieri, altrimenti c'è da indignarsi e arrabbiarsi.