SAREBBE troppo bello se l'Anfora d'argento di Baratti l'opera alla quale è dedicata la quinta tappa di questo viaggio nell'arte in terra (toscana) di vacanze fosse scivolata in mare dalla nave di Rutilio Namaziano: il politico e poeta romano che nell'autunno del 417 dopo Cristo sbarcò a Populonia, in una tappa del viaggio che lo riportava precipitosamente in Gallia, alle sue terre devastate dall'invasione dei Vandali. Sarebbe bello perché come vedremo le figure che popolano l'Anfora intonano una sorta di canto del cigno del paganesimo, e Rutilio Namaziano è stato forse l'ultimo grande autore della romanità pagana: irriducibile al cristianesimo, che un secolo prima aveva conquistato l'imperatore Costantino, e che da poco con l'editto di Tessalonica, emesso nel 380 dall'imperatore Teodosio era diventato religione ufficiale dell'Impero, mettendo fuorilegge il culto degli antichi dei. A Roma vennero rimosse dalla Curia Iulia l'ara e la statua della Vittoria, di fronte alle quali i senatori giuravano fin dai tempi di Augusto: era la fine dell'antichità, l'avvio di quel millennio che si chiamerà poi Medioevo, l'età di mezzo. Solo alla fine di questo lungo periodo, si cominciò a prender coscienza del fatto che c'era stata anche un'altra persecuzione, inversa e incruenta: quella della cultura. NEL testo rinascimentale che dà in qualche modo avvio alla moderna storia dell'arte i Commentari fu lo scultore fiorentino Lorenzo Ghiberti a dirlo senza peli sulla lingua: «Adunque al tempo di Costantino imperatore e di Silvestro papa sormontò su la fede cristiana. Ebbe la idolatria grandissima persecuzione, in modo tale che tutte le statue e le pitture furono disfatte e lacerate di tanta nobiltà ed antica e perfetta dignità, e così si consumaron, colle statue e pitture, volumi e commentarii e lineamenti e regole (che) davano ammaestramento a tanta ed egregia e gentile arte». Ecco, l'Anfora argentea di Baratti è una rarissima, preziosa testimonianza dell'arte pagana fuori tempo massimo: un'opera da sopravvissuti, ormai fuori dal tempo. Essa fu creata forse a Roma, forse invece ad Antiochia, nell'odierna Turchia solo pochi anni prima del viaggio di Rutilio: e cioè intorno all'anno 400. Con ogni probabilità fu realizzata con la tecnica della fusione a cera persa, che si usava per le statue di bronzo: e sul modello in cera furono impresse le matrici in negativo dei 133 medaglioni che la decorano. Così, questo piccolo monumento alto 61 centimetri, e pesante 7 chili di purissimo argento diventò una specie di pantheon portatile: perché i medaglioni raffigurano tutti gli dei dell'Olimpo e una sfilza impressionante di eroi del mito classico. Il fascino enorme dell'Anfora sta proprio in questa scelta di non raccontare una storia, ma invece di offrire una sorta di catalogo delle immagini di un mondo che si avviava a scomparire. C'è già qualcosa di medioevale in questo (qualcosa che ricorda i reliquiari carolingi coperti di gemme antiche ovali), e perfino qualcosa di 'turistico', come se fossimo di fronte ad un souvenir del mondo classico morente: un souvenir che anticipa le raccolte di piccole 'impronte' in gesso di statue famose che si compravano a Roma nei primi anni dell'Ottocento. Ma esiste un filo conduttore, in questo catalogo? Qual è se c'è il signficato dell'Anfora? La presenza di moltissimi berretti frigi, e la nutrita schiera di Coribanti (i meravigliosi guerrieri che danzano come dervisci ante litteram, ma impugnando le spade) fanno pensare che si trattasse di un vaso rituale, usato per fare libagioni di vino durante i culti misterici dedicati a Cibele: la Gran Madre, la potentissima dea della natura venerata in Anatolia e poi anche a Roma, dopo che, nel 204 a. C., la pietra nera del suo altare di Pessinunte (a sud dell'odierna Ankara) fu portata sul colle Palatino. Una simile destinazione rituale dell'Anfora conforta l'idea che i 132 medaglioni rappresentino il tempo (le allegorie dei mesi e delle stagioni) e lo spazio (quelle delle parti del mondo) governati dagli dei dell'Olimpo, e soprattutto dalle forze incontrollabili di Cibele, Eros e Dioniso. Una sorta di cosmologia figurata cioè una rappresentazione dell'intero sistema della natura in cui c'era posto anche per alludere alla sorte dell'anima: Psiche, che conquista l'immortalità grazie alla partecipazione dell'iniziato ai riti misterici. Sotto i colpi del cristianesimo trionfante, questa visione del mondo aveva le ore contate, nonostante i commoventi inviti alla tolleranza che arrivavano dalla vecchia aristocrazia pagana. Una manciata di anni prima che l'Anfora fosse immaginata, il prefetto di Roma Simmaco scrisse all'imperatore che «dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno lo stesso fondamento, tutti contemplano le stesse stelle, tutti si rivolgono allo stesso cielo. Che importa se ognuno cerca la verità a modo suo? Non c'è un'unica strada per raggiungere un mistero tanto grande! ». Ma non era tempo di tolleranza, e allora l'Anfora preferì inabissarsi nelle onde del Tirreno. Riemerse nel 1968, impigliata nella rete di un pescatore, davanti a Baratti: e dopo uno stupefacente restauro, oggi la si può ammirare nel Museo Archeologico del Territorio di Populonia, a Piombino. «Che importa se ognuno cerca la verità a modo suo?»: se non saremo capaci di capire il discorso di Simmaco, chissà che l'Anfora non decida di scomparire di nuovo...