«I fittoni più antichi di Bologna sono in arenaria, che è una pietra appenninica farinosa e giallastra, questi nuovi invece sono troppo chiari, una tonalità di colore che in centro non c'è. Solo la facciata di San Petronio è chiara, così come le formelle di Jacopo dalla Quercia. Ma quel colore e quel materiale qui non c'entrano nulla, non siamo a Roma». Il professor Eugenio Riccomini, storico dell'arte, è tra i firmatari dell'anatema di Italia Nostra. Professore, il Comune dice che i fittoni renderanno il traffico più ordinato, non ne vale la pena? «Se fossimo a Vienna o a Berlino, farebbero una semplice striscia per terra e la gente educata la rispetterebbe. Ma qui se vuoi impedire il passaggio, dopo i fittoni dovrai anche mettere un'inferriata tra un fittone e l'altro. Di questo passo non si finisce più. E invece le città vanno trattate con delicatezza». Non crede che ogni cosa nuova richieda un po' di tempo per essere assimilata? «Noi ci scandalizziamo per l'Isis che distrugge Palmira e giudichiamo quegli atti opera di ignoranti e fanatici. Ma a Bologna vorrei ricordare che alcune torri medievali sono state abbattute a picconate, nei primi anni del '900. Ora, noi che non dovremmo essere né ignoranti né fanatici abbiamo il compito di difendere l'esistente perché diventa storia. Con i sindaci comunisti Bologna aveva un ufficio dedicato alla qualità urbana, ma esiste comunque un ufficio dello Stato, la Soprintendenza, che del centro storico che abbiamo ereditato dovrebbe occuparsi». EUGENIO RICCOMINI Storico dell'arte ed ex assessore alla Cultura, è uno dei firmatari dell'appello contro i fittoni di pazza Ravegnana