La direttrice di Rivoli e neo-commissario per la prossima Biennale giudica la città dei musei L'APERTURA pressoché simultanea di tre sedi stabili per l'arte moderna e contemporanea verificatasi a Napoli non ha precedenti. Costituisce una risposta positiva a una crescente richiesta di spazi di fruizione culturale a lungo disattesa dalle istituzioni. Quello delle sedi permanenti da destinare all'arte del ventesimo e ventunesimo secolo, nonostante un recente cambiamento di rotta, resta, in ogni caso, un capitolo ancora da scrivere, nella politica culturale italiana. La penuria di musei e gallerie pubbliche è un «buco nero» rispetto al proliferare di sedi nate oltralpe nell'arco dell'ultimo ventennio. «Siamo innegabilmente indietro di un secolo nel campo della museografìa europea del contemporaneo», dice Ida Gianelli, direttrice del Castello di Rivoli e neo commissario del padiglione Italia per la Biennale di Venezia del 2007. Quale il motivo di questo lungo immobilismo, cui si sta cercando di rimediare? «In Italia impera la tendenza a destinare la maggior parte dei fondi pubblici per promuovere l'effimero; si rincorre il successo mediatico, il riconoscimento personale, e non quello dell'istituzione, concetto che da noi è molto vago». Dunque premessa chiave al buon funzionamento di un museo è la riconversione equilibrata delle risorse finanziarie dal transitorio al permanente? «Sì, in Italia, al contrario, si spende soprattutto per creare immagine, per la spettacolarizzazione dell'arte, sovvenzionando eventi transitori e pompose inaugurazioni di sedi, tenute a battesimo da star internazionali, meteore alle quali una volta spenti i riflettori segue il nulla». I requisiti imprescindibili che consentano a una struttura stabile l'accesso al circuito internazionale? «Mi guarderei bene dall'impostare un lavoro museografico, un progetto scientifico, senza conoscere approfonditamente la situazione artistica locale. Io e Castagnoli (il direttore della Gnam di Torino, ndr), mediante un protocollo di intesa, abbiamo attivato un percorso, individuando cosa potesse stimolare la città di Torino, intessendo un rapporto aperto e dinamico col territorio regionale, nazionale e internazionale, attraverso il quale la città ha saputo costruire un'immagine cha la salda alla contemporaneità». Napoli, proprio come Torino, dispone ora di una galleria comunale e di un museo regionale (il secondo in Italia dopo Rivoli). Quali le linee guida per una proficua collaborazione interistituzionale, allargata ai privati? «Per accreditare un'istituzione culturale è imprescindibile rapportarsi alla realtà locale. Con la Galleria Comunale di Torino abbiamo instaurato una programmazione sintonica, alimentando una collezione stabile, resa possibile anche grazie all'intervento della fondazione Crt, che bene documenta l'arte italiana dal 1950 ai nostri giorni - operazione proibitiva per un'unica istituzione - creando un patrimonio inalienabile e una credibilità dell'istituzione. Ciò che deve rimanere è il nome del museo e non, possibilmente, quello del direttore. Abitudine nostrana che determina una scarsa considerazione delle professionalità italiane nel circuito internazionale».