Il settore coinvolge in provincia circa 600 persone Nell'area veneziana - dove marmi, stucchi, dorature, dipinti si trovano quasi in ogni casa - sono circa 600. In tutt'Italia 30 mila, all'80 per cento donne. Sono le restauratrici ed i restauratori che, in tuta bianca e mascherina, con pennelli, solventi, acqua, spugne, colori e quant'altro, lavorano per ripulire marmi anneriti dal tempo, recuperare affreschi che rischiano il distacco, salvare dipinti dai danni che provoca il trascorrere del tempo e molto altro ancora. Dalla loro hanno una preparazione specifica, accompagnata da anni di studi, eppure il loro status professionale è equiparato a quello di un manovale di primo livello o, se va bene, di operaio edile di secondo livello. Per chiedere un adeguamento dei profili professionali, creando la figura dei «collaboratori restauratori dei beni culturali», Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil hanno deciso di inondare di cartoline di protesta la segreteria del ministero dei Beni e delle attività culturali, firmate dai lavoratori e dalle lavoratrici del restauro. In questi giorni, la distribuzione nei cantieri veneziani, così come avverrà nelle altre città d'arte. «Restauratoci e restauratori, presenti a centinaia nei cantieri di Venezia», si legge in un comunicato firmato dalle tre organizzazioni sindacali, «nel mentre garantiscono, con la loro professionalità, la straordinaria esecuzione di importanti lavori (la Fenice è uno dei tanti esempi) si vedono a tutt'oggi inquadrati in qualifiche basse nonostante percorsi formativi (Accademia, Liceo artistico o altri corsi specifici) e di lavoro (esperienze accumulate nei singoli lavori di restauro). Si tratta di sfruttamento di alte professionalità a costi bassi». Si tratta per un primo livello di circa 850 al mese, 900-950 per un secondo livello: sotto le mani di queste donne e questi uomini passa il patrimonio artistico italiano. A firmare il documento, i segretari Claudio Dureghello (Fillea Cgil), Paolo Bazzotto (Filca Cisl) e Adriano Brinis (Feneal Uil).