Ci sono giorni in cui per entrare alla Galleria dell'Accademia il serpentone di turisti in coda corre lungo via Ricasoli, e arriva fino a via degli Alfani. Tutti lì per visitare il museo del David di Michelangelo, attrazione da oltre un milione di visitatori, lo scorso anno. Sarà forse per questo che il museo sembra fare il meno possibile per coccolare i propri clienti. La struttura è in perfette condizioni, benissimo illuminata, lustra e pulita. Ma i servizi sono ridotti all'osso e le informazioni latitano. La nuova direttrice, la tedesca Cecilie Hollberg, avrà vita più dura a far crescere i numeri (viste anche le dimensioni ridotte del museo), ma gioco facile se vorrà rendere più piacevole l'esperienza dei visitatori. Quel che all'Accademia manca sono le informazioni. Le didascalie si limitano a descrivere le opere, ma mancano indicazioni sul contesto, sull'epoca. Pensare che la mostra su San Francesco, ora in corso, è introdotta da un pannello che accenna alla «svolta spirituale» del Santo di Assisi, descritto «come una delle principali figure di riferimento della cristianità». Ma per i tantissimi visitatori asiatici, cresciuti lontano dalla tradizione cristiana, risulta forse difficile capire di chi si tratti. Così, anche nella sala del Colosso, ecco quadri di Botticelli, Filippo Lippi, Paolo Uccello, ma non c'è un pannello riassuntivo che spieghi il passaggio dal fondo oro agli sfondi realistici, la rivoluzione avvenuta nel Quattrocento proprio a Firenze. Sembra più un museo da specialisti che da grande pubblico. Arrivati nella Galleria dei Prigioni, i turisti corrono verso il David, che si staglia dalla Tribuna. In pochi si fermano ad apprezzare i capolavori abbozzati dal Michelangelo. Ma non è semplice orientarsi: la didascalia parla di quattro Prigioni, ma le statue sono cinque. Proprio nel mezzo c'è il San Matteo Abbozzato. Altra statua, altra storia, ma non è semplice capirlo. Attorno al David, miriadi di stranieri scattano foto con gli smartphone, in piedi, chinati, sembrano sculture a loro volta. Con almeno 50 scatti al minuto, basterebbe una Wifi e l'indicazione di un hashtag per inondare la rete di pubblicità gratuita del museo come fanno ad esempio ad Amsterdam, al Rijksmuseum. Qui non ci sono neppure i tablet, solo le classiche audioguide. Nell'affollata sala dei gessi una custode rimprovera, giustamente, per la seconda volta lo stesso turista che ha sfiorato un'opera: «Don't touch un'antra vorta!». Proprio lì c'è la prova che la multimedialità è apprezzata: un piccolo schermo mostra la spiegazione, semplice e chiara, di come si realizzano i gessi; subito si forma l'ingorgo. L'altro schermo, quello al primo piano sulla tecnica della pittura su tavola, invece non funziona. E se viene voglia di una pausa? Si deve uscire: a Parigi, senza scomodare il Louvre, il caffè non lo negano neppure in musei piccoli come il Picasso o il Rodin.
Firenze, Accademia. Corsa al David tra due video. Ma uno è spento
La Galleria dell'Accademia di Firenze è affollata di turisti, soprattutto per vedere il David di Michelangelo. Tuttavia, il museo sembra fare poco per coccolare i visitatori, con servizi ridotti e informazioni limitate. La nuova direttrice, Cecilie Hollberg, dovrà trovare un modo per aumentare i numeri senza compromettere la qualità dell'esperienza dei visitatori. Il museo manca di didascalie che forniscono contesto e informazioni sulla storia e l'epoca delle opere. I visitatori asiatici potrebbero avere difficoltà a capire il significato delle opere, specialmente in sale come la Galleria dei Prigioni.
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