CULTURA della memoria, e memoria della cultura, sono i termini che caratterizzano un evento e i personaggi cui esso si riferisce, tutt'altro che episodico. La morte cruenta dello storico dell'arte Khaled al Assad, archeologo e conservatore del sito siriano di Palmira (e scopritore dell'antica città di Ebla), decapitato dagli assassini dell'Is per non aver rivelato dove aveva nascosto opere d'arte, reperti storici, testimonianze di civiltà. Avrebbero voluto distruggerle come a suo tempo talebani e integralisti affini avevano polverizzato a cannonate le antiche statue dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan, e come successivamente al 2001 avrebbero martellato, bombardato, mitragliato migliaia di opere "impure", a conferma che l'ignoranza non ha confini geografici né storici. I musei genovesi (come molte altre istituzioni in Italia e nel mondo) hanno commemorato Assad con un simbolico vestito a lutto, tuttavia importante nel riconoscimento del valore civile e morale dell'archeologo. Negli stessi musei aveva messo piede oltre sessant'anni fa un altro storico dell'arte, il sovrintendente Pasquale Rotondi, intellettuale che nel 1939, soprintendente delle Marche, fu indicato al governo fascista da Giulio Carlo Argan per intraprendere il trasferimento in un luogo sicuro (e segreto) di migliaia di opere d'arte (da Raffaello a Piero della Francesca, da Giorgione a Caravaggio), proteggendole dalla guerra imminente (e poi preservandole dalla guerra in corso, ovvero dai fascisti stessi e dai nazisti) nella consapevolezza di salvare testimonianze della cultura e ancor più l'identità visibile e tangibile della cultura stessa, della storia del Paese, di una civiltà. Oltre diecimila pezzi dal Tesoro della Basilica di San Marco e dell'Accademia di Venezia, dalla collezione della Pinacoteca di Brera a Milano, dal Palazzo Ducale di Urbino, tutto nascosto a Sassocorvaro e a Carpegna. Dopo l'8 settembre il nuovo regime repubblichino gli intima di riconsegnare le opere, Rotondi rifiuta e dà luogo a un nuovo trasferimento, sempre in segretezza, con pochi fidati collaboratori, in Vaticano. Dopo la guerra rimase a Urbino, in Sovrintendenza e all'università, da qui giunse a Genova, negli stessi ruoli, per dodici anni (1949-1961), quelli della ricostruzione, quindi a Roma direttore dell'Istituto Centrale del Restauro e dal 1973 al 1991, anno della morte, consulente tecnico per i restauri delle Gallerie e dei Musei pontifici. Gli è intitolato un premio internazionale "Pasquale Rotondi ai Salvatori dell'Arte" presieduto dalla figlia Giovanna (laurea in Lettere a Genova, storica dell'arte, assistente universitaria di Giulio Carlo Argan, dal '74 a Genova in Sovrintendenza, di cui diviene dirigente dal 1976 al 1996) per chi si sia distinto in "esemplari azioni di salvataggio del patrimonio artistico", mentre la sua impresa fu tradotta in un libro, un film ("Operazione salvataggio"), un documentario per "La storia siamo noi" trasmesso dalla Rai. Una rassegna di piccoli grandi sconosciuti atti di "eroismo" quotidiano: la "Lista di Rotondi" come quella di Schindler, pezzi di tela dipinta da un lato e esseri umani dall'altro, tutti da salvare a ogni costo. Così, in questo principio di terza guerra mondiale evocata da più parti in questi tempi resta quanto Assad e Rotondi hanno insegnato. Un segreto esemplare.