Occupa quattro sale del Museo degli Argenti in Palazzo Pitti quest'affascinante mostra dal taglio insolito, in cui convergono le ragioni dell'arte e quelle della scienza perché ha come tema un minerale raro e prezioso, il lapislazzuli, la cui storia millenaria è inscindibilmente intrecciata alla storia dell'arte ("Lapislazzuli. Magia del blu"», a cura di M. Sframeli, V. Conticelli, R. Gennaioli, G. C. Parodi, catalogo Sillabe ed.,fino all'11 ottobre). Lapislazzuli è una parola meticcia, composta dal latino lapis, pietra, e da Lazuli, che significa azzurro in persiano e in arabo. Fin dalla notte dei tempi, questa singolare roccia metamorfica, estratta dal ventre di impervie montagne nel nord-est dell'Afghanistan, fu tesaurizzata e caricata di significati magici, a causa del suo colore blu, venato da pagliuzze dorate di pirite, che, evocando la volta stellata, era associato alla potenza creatrice degli dei. Fin dal IV millennio se ne ricavavano gioielli e amuleti in tutto il bacino orientale del Mediterraneo, ma nell'Età del bronzo la capitale del lapislazzuli fu Ur, la città sumera i cui orafi sapevano ridurne i blocchi in minuscole perle e lastrine, per farne vaghi di collana e tessere da mosaico. Per esemplificare questa fase più antica, in cui il lapislazzuli assume un significato apotropaico e di simbolo del potere, la prima sezione della mostra allinea sigilli e statuette provenienti da siti iraniani, mesopotamici ed egizi, ma il clou della prima sezione è la trionfale vetrina, arricchita da prestigiosi prestiti di musei stranieri, in cui è esposta la strepitosa raccolta di vasi e coppe in lapislazzuli che fu prodotta alla fine del '500 dai laboratori medicei di Francesco I, il "Principe dello Studiolo" e costituisce uno dei maggiori vanti del Museo degli Argenti. Dopo questo vertice di squisitezza manierista, il cui esemplare più noto è la mirabile "fiasca" intagliata da Stefano Caroni su disegno di Buontalenti, il percorso della mostra continua ad attingere alle raccolte del Museo degli Argenti, integrate da opportuni prestiti, per illustrare la fiorentinissima industria del "commesso di pietre dure". Qui il lapislazzuli divine un colore tra i colori nella variopinta tavolozza litica con cui l'Opificio mediceo intar- siava le trame geometriche di scacchiere e piani di tavolo, o per fornire cieli azzurri striati da nuvole di candida calcite e mari burrasco- si orlati di spume in portentosi mirabilia come la celebre Veduta del porto di Livorno su disegno di Jacopo Ligozzi. Troneggia al centro della seconda sala lo Stipo d'Alemagna, monumentale scrigno capolavoro dell'ebanisteria tedesca di primo '600, e si procede fino ad approdare alla rarefatta eleganza neoclassica del grande centro tavola in lapislazzuli che Elisa Baciocchi ritenne degno del fratello Napoleone, le cui iniziali, rimosse dopo Waterloo, figuravano al centro delle ghirlande in calcedonio. Il capitolo dei manufatti preziosi offre un'ultima fiammata in vetrine dove occhieggiano favolosi gioielli e orologi déco di Boucheron e Cartier, che introducono a un nutrito assortimento di anelli e parure prodotti dalla fertile inventiva di designer italiani contemporanei. Si giunge così all'ultima sezione, che chiama in causa, riassumendone la storia con una vertiginosa sintesi illustrata da tavole e tele dipinte, affreschi e miniature, l'altro uso del lapislazzuli, quello del "blu oltremarino", il preziosissimo pigmento di pura lazurite, ricavato macinando il minerale afghano e scartando ogni scoria di pirite e calcite. Pigmento definito da Cennino Cennini «nobile, bello, perfettissimo oltre tutti i colori», che dal Medioevo al pieno Rinascimento era tenuto in così gran pregio da giustificare, non meno dell'oro, specifiche clausole contrattuali, che prescrivevano minuziosamente agli artisti la quantità e la qualità da adoperare. Dopo aver cantato per secoli la gloria di Dio nelle volte stellate e nei manti delle Madonne, il blu oltremarino sembrava aver perso nell'età dei Lumi il suo fascino simbolico, finché fu rilanciato a prezzi concorrenziali nell'Ottocento grazie alle formule di chimici francesi e tedeschi. La degna conclusione della mostra è nel cortocircuito tra arte delle origini e avanguardia realizzato dall'artista-sciamano Yves Klein con la magia apotropaica del suo blu oltremare, regolarmente brevettato nel 1960 per impregnare di eternità rendendo invulnerabili i suoi ex voto di gesso, come la Nike di Samotracia che svetta al centro dell'ultima sala.