Chi visitasse quel piccolo gioiello che è il museo archeologico di Lipari potrebbe trovare in due sale al piano terra uno spettacolo commovente: una schiera di grandi giare che giacciono a terra, in ordine sparso. Lastre irregolari di pietra ne ostruiscono la bocca. E'una necropoli della tarda Età del Bronzo: più di tremila anni fa le comunità locali conservavano i resti dei propri cari in enormi pithoi e questi otri di creta hanno custodito intatti - il riposo dei nostri antenati fino ad oggi. Nello stesso sonno infinito sembrano giacere poco lontano - i tre dormienti che Mimmo Paladino ha collocato in una delle celle dell'ex carcere di Lipari. E' una stanza angusta, senza finestre, il pavimento è colmo d'acqua, una sola lampadina flebile pende dal soffitto: la penombra protegge il riposo senza risveglio dei tre uomini che stesi su un fianco, accucciati in posizione fetale, sognano un sogno indicibile. Li accompagna il suono di una goccia che scandisce il loro tempo sospeso. Un'atmosfera di sospensione si trova anche nella cella dove Elisabetta Novello invita alla meditazione realizzando un vago e impossibile orizzonte con la polvere di pomice dell'isola e con la cenere del vicino vulcano di Stromboli. Sono due delle opere più emozionanti allestite nell'ala dell'ex penitenziario del Castello, che in due anni è stato trasformato in un piccolo museo di arte contemporanea, con lavori permanenti fra gli altri - di Alessandra Giovannoni, Riccardo Monachesi, Tahar Ben Jelloun, Fabrizio Plessi, Pizzi Cannella, Igor Mitoraj e molti altri. Al museo si accpompagna sempre a cura di Lea Mattarella e Lorenzo Zichichi - la mostra MareMotus (fino a fine settembre) che è dedicata al tema dell'isola, figura reale e metafora della solitudine e che ospita i lavori di artisti internazionali e italiani dalle foto di Martin Parr (Capri)e Nan Goldin a quelle di Gioberto Noro e Raffaella Mariniello (ancora Capri), dalle sculture di bambine so-litarie di Valerio Berrutti ai ragazzi isolati di Francesco Faccaro, dai quadri televisivi di Cristiano Pintaldi alle figure archetipiche di Bruni Ceccobelli.