La nomina di venti nuovi direttori di poli museali - tra cui quello delle Gallerie dell'Accademia a Venezia selezionati per competenze e con grande apertura agli stranieri, è importante non solo in sé (dopo tutto, riguarda solo venti persone) ma per il segnale di straordinaria normalità che manda all'Italia e al resto del mondo. Normalità, perché quanto è avvenuto da noi accade da decenni nei paesi sviluppati e civili. Straordinaria, perché questa normalità, questa ovvia modalità di funzionamento, diremmo persino questo diritto, è quanto più manca al nostro paese, e quanto ha maggiormente bisogno di conquistare: nell'impresa, nelle burocrazie, nella vita quotidiana. E' una sete di normalità che nel paese è sofferta e profonda: e forse per la prima volta in maniera così fortemente simbolica perché si tratta della nostra principale ricchezza storico-culturale ed economica, anche se in Italia ce n'è poca consapevolezza il governo, attraverso il ministro dei Beni Culturali Franceschini, ha dato ad essa una risposta rispondente alle necessità. Prima notizia di rilievo: c'è stata una selezione trasparente, in cui una commissione nota si è assunta la responsabilità di una scelta. Discutibile come tutte, ma pubblica, come di rado accade nel nostro paese. Seconda notizia, passata stranamente inosservata. I partiti, la lottizzazione classica per appartenenza politica, ma anche il familismo amorale della raccomandazione di parenti e amici, non ha avuto alcuno spazio. Terza notizia: l'apertura internazionale. Da sola vale fiducia nel nostro paese e investimenti. Non a caso ne ha parlato con enfasi la stampa internazionale. Le bellezze del nostro paese sono universalmente ammirate e studiate, e altrettanto criticate quando se ne fa esperienza diretta, come visitatore o turista, per la scarsa fruibilità, l'incuria, lo spreco, la modesta pubblicizzazione. Quarta notizia: il rientro di italiani all'estero (4 dei 20 prescelti). Vuol dire che si può: che queste intelligenze e competenze hanno abbandonato il paese per mancanza di occasioni, ma che se queste si presentano il paese ha una grande chance di recuperarne larga parte, all'occorrenza. Quinta notizia: la parità di genere. Non siamo ancora ai curricula ciechi della Gran Bretagna e di altri paesi (in cui le notizie su sesso, nazionalità e religione e quindi anche nome e cognome sono oscurati per legge, in modo che gli esaminatori non ne vengano influenzati), ma ci stiamo avvicinando alla civiltà, ed è un ottimo segno, che questo governo ci sta abituando a considerare normalità e non eccezione (tanto che non se ne è praticamente parlato). Colpiscono, di fronte all'enormità di questo passo avanti, la schizofrenia e il provincialismo di molte reazioni. Da un lato l'apprezzamento, probabilmente dei più; dall'altro, la protesta di troppi (meno, ma troppi), e le sue motivazioni (l'enfasi ottocentesca sull'umiliazione nazionale, per dire). Gioiamo per un italiano astronauta o ricercatore scientifico che ottiene un riconoscimento prestigioso altrove. Siamo contenti che un italiano vada a dirigere la National Gallery o, da ex immigrato, grandi giornali (il direttore di Die Zeit si chiama Giovanni Di Lorenzo) o che siano discendenti di italiani politici di prestigio (Mario Cuomo, per dirne uno). Ma il problema è che dovrebbe essere normale anche il percorso inverso. La mobilità oggi, in molti ambiti, è la norma. Non possiamo essere soddisfatti quando ne beneficiamo (per dire, Londra è l'ottava città italiana per numero di abitanti) e timorosi quando tocca a noi: è un bene in entrambi i casi. I settori più avanti in questo processo, sono impresa e finanza, sport e produzione culturale, ricerca scientifica e arte. Che questa apertura entri finalmente nel settore pubblico ai suoi livelli più alti sulla base delle competenze e delle pari opportunità, non può essere che uno stimolo alla modernizzazione. Vediamo se le cose andranno peggio o meglio di come vanno ora. Sono pronto a scommettere sulla seconda ipotesi.