Si accalora parlando della triste sorte dei beni culturali nella sua Sicilia, lo indispone pensare «all'arretratezza mentale e culturale dilagante» che è sintomo «di una malattia che potrebbe non guarire neanche se a gestire i musei ci fossero menti innovative e competenti». Cosa vuol dire, professore, che il problema non è come vengono gestiti i siti culturali? «Certo, il problema è anche quello: frotte di dirigenti incompetenti o che in alcuni casi non sono neanche nelle condizioni di fare qualcosa, ma non possiamo pensare che il problema sia solo ai vertici. Nei musei siciliani c'è più personale che nelle navi cariche di migranti che arrivano a Palermo, ma la cosa drammatica è che i nostri siti culturali non sono attraenti. Io sono rimasto scioccato quando sono arrivato ad Aidone per vedere la Venere di Mogantina: era tutto pieno di erbacce, abbandonato nell'incuria più totale. E la Valle dei templi? Arrivare ad Agrigento è un'impresa alla quale si potrebbe preferire uno colpo di pistola, e poi ci lamentiamo che facciamo 600 mila visitatori all'anno: nulla. La verità è che a chi decide di visitare i siti culturali in Sicilia bisognerebbe dare un premio per atto di eroismo volontario ». Il sottosegretario Davide Faraone ha proposto al governo regionale di replicare in Sicilia la riforma Franceschini: manager di fama internazionale nei musei, autonomia gestionale e finanziaria Che ne pensa? «Penso che come al solito la Sicilia è in ritardo, e che la riforma di Franceschini, forti dell'autonomia che abbiamo per Statuto, avremmo potuto anticiparla come è stato fatto al Museo Egizio a Torino. Quel posto è diventato uno dei grandi poli d'attrazione italiani, grazie a un direttore che lo ha rivoluzionato e reso più attraente. Qui abbiamo agronomi a capo dei beni culturali tra i più belli e importanti in Italia e nel mondo. La riforma nazionale non fa altro che adottare una procedura internazionale che valuta il merito: un sistema che esiste in mezzo mondo e che è applicato anche nelle Università, senza che nessuno si sia scandalizzato. Per noi sarebbe la migliore delle soluzioni. Da tutto il mondo farebbero la fila per venire in Sicilia». I sindacati hanno contestato che anche il manager migliore del mondo, viste le scarse risorse che ci sono in Sicilia per i Beni culturali, non potrebbe fare nulla. «E in parte hanno ragione: soldi pubblici ce ne sono pochi, bastano appena a pagare stipendi, soprattutto quelli del personale dei siti culturali e dei musei, che sono diventati posti dove piazzare impiegati per giustificare i loro stipendi. Ma va anche detto che un bravo direttore può incrementare le risorse in diversi modi, sempre che non venga imbrigliato dalla burocrazia cieca e sorda a qualunque tipo di razionalità gestionale. Per non parlare del fatto che tutto si riduce sempre alla critica dell'apparato terminale, quando io non vedo un governo regionale motivato alla grande programmazione e, sa com'è quel detto il pesce puzza dalla testa». Come se ne esce? «Non basta certo cambiare un manager. Qualcuno dovrebbe chiedersi se siamo in grado di cambiare mentalità e cultura. E fino ad ora non ci siamo neppure lontanamente vicini».
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Il professore esprime la sua preoccupazione per lo stato dei beni culturali in Sicilia, che è considerato arretrato e dilagante. Cita l'esempio dei musei siciliani, dove il personale è numeroso, ma le strutture sono spesso abbandonate e non attraenti. Il professore propone la riforma Franceschini, che prevede manager di fama internazionale nei musei, autonomia gestionale e finanziaria, e sostiene che questa riforma potrebbe essere applicata in Sicilia con successo. Tuttavia, il professore riconosce che la riforma non è facile e che ci sono limiti alle risorse disponibili. Inoltre, il professore sottolinea l'importanza di cambiare mentalità e cultura per superare gli ostacoli.
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