Mi sento profondamente onorato di essere al servizio di un Istituto culturale prestigioso e di caratura internazionale come il Museo archeologico nazionale di Napoli. L'espressione "al servizio" vuole chiarire da subito che, al di là dei ruoli di ciascuno, non ci possono essere dubbi sulla missione di fondo di un museo nel ventunesimo secolo, e in particolare sull'atteggiamento di chi lo dirige. Significa avere presente che il Museo e il suo personale con il proprio lavoro, prima ancora che con l'offerta dei reperti conservati all'interno, peraltro di assoluta eccellenza, contribuiscono a cementare i valori morali fondanti della società civile ed a creare una possibilità in più per l'economia della città e del territorio. Non è il caso in questa sede di rientrare nell'annosa questione del rapporto tra tutela e valorizzazione dei beni culturali che va, ovviamente, considerata come un unico argomento, né di ribadire quanto già previsto dai principi dell'Icom e del Codice dei Beni Culturali in merito al valore educativo e scientifico dei musei; tantomeno di argomentare sul tema della preminenza della cultura come valore di per sé rispetto agli orientamenti che mirerebbero a derive "aziendali". Oggi i musei, ed in particolare quelli di grande tradizione, sono in primo luogo una straordinaria opportunità di rileggere la storia non solo alla luce dei fasti e dei vertici raggiunti dall'arte antica, ma anche delle tragedie (si pensi al caso di Pompei), delle disuguaglianze (come la schiavitù), alle forzate migrazioni, ai soprusi patiti da chi ci ha preceduto migliaia di anni fa. Il museo come occasione di riflessione di temi non solo artistici o culturali ma anche sociali, scardina l'idea di un mondo antico da contemplare secondo i canoni del bello o della scienza accademica. Ed avvicina necessariamente la realtà di allora con quella di oggi, proiettando l'Istituto nella contemporaneità. Quando si tratta di realtà così importanti, che racchiudono la storia non solo della Magna Grecia, di Roma, ma anche dello stesso Stato Borbonico fino allo Stato Unitario si ha naturalmente il dovere di lottare per rafforzare il più possibile l'offerta delle collezioni, talora incrementando la quantità degli oggetti, altre volte riaprendo al pubblico sezioni non fruibili. In generale cercando di valorizzare al massimo quanto già esposto, rispetto alle infinite possibilità che fornisce oggi la moderna metodologia museale o i servizi aggiuntivi. Accanto a questo processo, tutto interno, è doveroso pensare ad un " irradiamento" del Museo nella città, nel territorio e nel mondo. Un irradiamento sotto il profilo dell'immagine, della comunicazione dinamica e ad un dialogo stretto con tutte le contermini realtà culturali (gli altri musei, le università, gli enti locali, le scuole) e con il tessuto produttivo ed economico. In questo senso, a partire dal recupero del senso di appartenenza dei cittadini alla propria, gloriosa storia, si può passare, per gradi, all'idea di un volano per il turismo. Specialmente andando a rafforzare o instaurare un sistema di "alleanze". Un museo può essere concepito infatti, oltre che luogo della memoria, anche come una sorta di portale della sua città e del territorio, di cui costituisce, specialmente se parliamo dell'antichità, il primo strumento decodificatore per comprenderne l'anima. Nel museo si ritrovano i primi segnali delle produzioni artistiche, culturali ma anche del primo rapporto operante tra uomo ed ambiente. Rapporto che ha generato, nel tempo, prodotti agricoli di eccellenza o un paesaggio antropizzato per certi aspetti magico ed inimitabile. All'interno di tale "brodo primordiale" nascono i primi microorganismi della nostra società anche in termini di conquiste sociali. Se ci vogliamo capire o vogliamo farci capire in un mondo sempre più globalizzato, abbiamo il dovere di mantenere la nostra identità. Tale identità è rappresentata dai capolavori che provengono da Pompei, dalle grandi collezioni delle nobili famiglie, dai reperti derivanti da secoli di campagne di scavo a livello materiale. Ma il fil rouge immateriale che attraversa tutto è sempre l'uomo. Furono uomini coloro che realizzarono le opere e lo furono quelli che le scavarono e collezionarono; sono uomini coloro che hanno oggi il compito arduo di tutelarle e valorizzarle perché ne fruiscano le attuali generazioni e quelle future, traendone un beneficio culturale e, se possibile anche economico. L'accezione di "umanità" permette di concepire il Museo anche come luogo di incontro, di dibattito, di relazione sociale. Un luogo dove si guardi con occhi critici alla realtà passata e si possa diventare futuri cittadini orgogliosi o turisti consapevoli e non preda dei feticci. Non abbiamo bisogno di una cultura dell'effimero, di stordirci di continuo con mostre ad effetto: dobbiamo solamente provare a riprogrammare la maniera di percepire il nostro patrimonio, il primato dell'arte e della cultura italiana, di cui Napoli e il suo Museo sono parte fondamentale. Questo processo di rilancio non si fa da soli, ma con l'aiuto di tutti. Sterili questioni accademiche che mirano ancora a frenare una volontà di rinnovamento, in nome di una scienza fine a se stessa, che non si è mai misurata con i reali problemi della contemporaneità, non possono che cedere il passo. Mi auguro che la città e i suoi illustri cittadini, insieme agli organi ministeriali, alle istituzioni e ai colleghi, possano aiutare e sostenere questo spirito di servizio con rinnovato entusiasmo Sterili questioni accademiche che mirano ancora a frenare una volontà di rinnovamento, in nome di una scienza fine a se stessa, che non si è mai misurata con i reali problemi della contemporaneità, non possono che cedere il passo