Un giorno chiesero ad Einstein, per una qualche pratica burocratica, di che razza fosse: «Razza umana», rispose fiero lo scienziato. Era ebreo - come tutti sanno - e correvano anni tormentati. Ma la risposta di Einstein non era ispirata alla semplice furbizia. Era qualcosa di più: una diagnosi dei mali che affliggevano allora il mondo. Al professor Cavalli Sforza quella battuta piace moltissimo, ma - da scienziato - si sente in obbligo di fare una precisazione: «Quella umana non è una razza: è una specie». E da uomo, avverte il bisogno di introdurre una riflessione: «Alcune differenze culturali è bene che restino, perché rendono il mondo più divertente». Luigi Luca Cavalli Sforza, una delle massime autorità mondiali nel campo della genetica, professore nell'Università di Stanford in California (da trentaquattro anni) è a Roma per ricevere un riconoscimento prestigioso, il Premio Letterario Serono, che gli sarà consegnato stasera a Villa Miani, insieme a un altro studioso di fama mondiale, il chimico Carl Djerassi (professore anche lui a Stanford), padre della pillola anticoncezionale orale. Ci si potrà domandare che cosa abbiano a che vedere due scienziati con un premio letterario. Semplicissimo: la Giuria del premio "si propone di valorizzare saggi e romanzi, pubblicati in italiano, che sviluppino un confronto e un intreccio fra scienza e letteratura". Djerassi ha pubblicato un romanzo ("Operazione Bourbaki", Di Renzo editore) che svela alcuni "segreti tribali" degli scienziati costruendoci sopra una trama. Cavalli Sforza ha invece scritto un saggio ("L'evoluzione della cultura", Codice edizioni) nel quale affronta temi e problemi complicatissimi con la mano leggera del divulgatore di classe. Il titolo è spiegato dallo stesso autore: «Ritengo che la parola "evoluzione" sia molto affine a "storia". Siamo in molti ad essere convinti che la storia, e quindi l'evoluzione, siano la chiave per capire il presente. L'evoluzione è anche meglio della storia, essendo una teoria ben collaudata in un numero di discipline sempre crescente». Il vocabolo - ovviamente - richiama subito alla mente le ricerche, e le teorie e i risultati, di Darwin. Ma Cavalli Sforza - che è, e rimane comunque, un genetista - si è "convertito" all'antropologia. Nel senso che i suoi ragionamenti sono trasversali alle scienze che ha frequentato, nel tentativo di offrire un quadro d'insieme. «L'ordine di importanza dei vari fattori che influenzano e creano le culture nazionali», spiega, «è questo: storia e tradizioni culturali, politica, economia, variazione linguistica e religiosa». E con un atto di modestia riguardo alla scienza che ha maggiormente praticato, diventandone un luminare, aggiunge: «Non penso che la genetica sia importante, ma questa è un'impressione che sarebbe comunque molto difficile controllare con buon metodo scientifico, anche perché è molto difficile quantificare storia e tradizioni». Per tentar di semplificare, nell'evoluzione della cultura, esistono due tipi di trasmissione: quella verticale e quella orizzontale. Facile intuire la differenza: la prima è quella - appunto - genetica (ma non solo), che passa di padre (e madre) in figlio (attraverso il dna, ma anche tramite gli insegnamenti, le scelte, l'imprinting); la seconda è quella ambientale: ciò che un individuo recepisce da quanto lo circonda. È chiaro che la globalizzazione (internet, per esempio) sta aumentando progressivamente il peso della trasmissione orizzontale, mentre la trasformazione della famiglia (sempre meno patriarcale, e meno presente) diminuisce l'influenza verticale. La globalizzazione può svolgere un ruolo positivo per superare le diffidenze fra le varie razze. Ma può anche svolgerne uno negativo appiattendo le caratteristiche precipue di ciascuna, bagaglio culturale compreso. Riemerge, a questo punto, il discorso di Einstein e delle razze. È persino superflua la condanna del razzismo, e della convinzione (espressa da qualcuno) che ce ne siano di superiori e di inferiori. E non vale la considerazione che in alcuni Paesi (e in alcuni momenti storici) vi sia stata una incredibile proliferazione di talenti: la Firenze del Rinascimento, tanto per dire. L'ambiente aiuta, e l'ambiente può anche nascondere. Se nel 500 (e questo non è un esempio di Cavalli Sforza) fosse nato un Michelangelo o un Leonardo da Vinci nel cuore dell'Africa, nessuno se ne sarebbe accorto. E può anche darsi che sia nato davvero. Quel che è certo - e questo lo dice Cavalli Sforza - è che dopo il 1620 Firenze non produsse più geni: perché l'Italia era caduta in una profonda crisi economica, e non c'era più spazio (o, almeno, ce n'era molto meno, per i talenti e per la loro valorizzazione). Accade anche oggi qualcosa del genere. «L'America oggi», osserva Cavalli Sforza, «risponde molto più rapidamente alle novità. E questo spiega perché l'Europa è sempre in ritardo di qualche anno rispetto alle innovazioni americane». Ma questo non significa che loro sono migliori di noi. O noi peggiori di loro. Lo dice uno che è nato in Italia, ma da oltre trent'anni spiega la scienza agli americani.
Premio Letterario Serono. La cultura viaggia nel dna
Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista e professore all'Università di Stanford, riceve il Premio Letterario Serono a Roma. Il premio si propone di valorizzare saggi e romanzi che sviluppano un confronto fra scienza e letteratura. Cavalli Sforza ha pubblicato un saggio ("L'evoluzione della cultura") che affronta temi e problemi con la mano leggera del divulgatore di classe. Egli sostiene che l'evoluzione è una teoria ben collaudata in un numero di discipline e che la storia e le tradizioni culturali sono i fattori più importanti nell'evoluzione delle culture nazionali.
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