Sono curatori eccellenti, direttori, manager dell'arte: italiani, ma all'estero. Commentano le nomine (e le polemiche) per la gestione del nostro patrimonio. Dopo aver girato il mondo, aver diretto riviste d'arte a New York, aver curato mostre in Italia, lo storico dell'arte Andrea Bellini ha partecipato a un bando per diventare direttore del Centre d'Art Contemporain di Ginevra. E lo ha vinto: «Nel 2012 sono scappato per la seconda volta dall'Italia racconta e l'ho fatto a gambe levate». Bellini è uno dei tanti italiani che hanno ruoli di primo piano nei musei stranieri: direttori e curatori che si dividono tra i più importanti centri espositivi del mondo. E quando gli si chiede delle polemiche italiane sullo sbarco degli stranieri nei nostri musei, tuona: «Pretestuose e inutili. Chi viene in Italia rischia la propria carriera; il nostro patrimonio culturale è trascurato. La fortuna è che, nonostante tutto, e grazie solo al nostro straordinario patrimonio, rimaniamo appetibili». Per cambiare i nostri musei l'unica strada è «la terza via: né pubblico, né privato, ma un modello misto, concedendo sgravi fiscali a chi investe, ma con regole precise per non trasformare un museo in un parco giochi». L'idea che in Olanda possa scoppiare una bufera per lo sbarco di stranieri nei musei fa sfuggire un sorriso a Francesco Stocchi , responsabile del dipartimento moderno e contemporaneo al Boijmans di Rotterdam: «Una polemica del genere qui sarebbe impossibile, ma mi sorprende anche che possa essere scoppiata in Italia. Che ci siano direttori arrivati da altri Paesi è normale, l'arte non ha frontiere. Bisognerebbe invece polemizzare sul contrario, sul fatto che in Italia arrivano pochi stranieri». Quanto ai criteri di selezione scelti dal governo, da Stocchi arriva una promozione a metà: «È un bene che la rosa dei nomi sia stata scelta da esperti: la commistione tra arte e politica è cancerogena. Mi lascia invece dei dubbi il fatto che siano stati scelti 10 uomini e 10 donne; un equilibrio così perfetto suona come un aggiustamento». «Per l'Italia è senza dubbio una grande novità, che in qualche modo ci mette al passo con il resto del mondo, dove già da tempo è normale che curatori e direttori vengano da altri Paesi e altre esperienze. Qui al Getty ci sono inglesi, francesi, tedeschi, italiani...». A parlare è Davide Gasparotto , curatore del dipartimento di pittura del Getty Museum di Los Angeles. Negli Usa, per assumere un curatore si fanno colloqui persino con le persone che hanno lavorato al suo fianco; per i direttori la strada è ben più ardua, si deve passare attraverso un corso al «Center for curatorial leadership». E i neo direttori in Italia? Per Gasparotto l'apertura agli stranieri è un passo avanti, ma non basta: «Il loro compito è arduo. Il rischio mi sembra quello di pensare, provincialisticamente, che gli stranieri possano risolvere, come con un colpo di bacchetta magica, tutti i problemi. La riforma ha messo generali a capo di piccole brigate male armate, non di un esercito ben organizzato e attrezzato». Fuori dal coro, Beatrice Avanzi , conservatrice e responsabile arte straniera per il Museo D'Orsay di Parigi: «Qui ci sono stranieri che occupano posti di rilievo, ma nessuno si sognerebbe di metterne uno nel posto di comando più alto». È perplessa sulla svolta impressa in Italia: «Non credo che la medicina per i mali di un museo italiano possa essere una persona venuta dall'estero. Nel nostro mestiere serve specializzazione, ma anche radicamento: bisogna conoscere la realtà in cui si va a operare, le istituzioni, l'organizzazione, la burocrazia. E credo che in Italia non mancassero le persone competenti». Nella commissione di esperti che ha selezionato la rosa dei candidati c'era l'archeologo Luca Giuliani . Nato a Firenze, per anni è stato vice direttore del Berlin Antikenmuseum. Così si esprimeva pochi giorni prima della scelta dei nomi: «Bisogna aprire a persone che non hanno passato la vita nelle soprintendenze, che non sempre funzionano come dovrebbero». Quanto alla paura di un'invasione straniera, Giuliani la liquidava con una parola: «Peregrina».
I direttori italiani all'estero: Gli stranieri? È normale
Andrea Bellini, storico dell'arte italiano, è stato nominato direttore del Centre d'Art Contemporain di Ginevra. Bellini è uno dei tanti italiani che lavorano in musei stranieri, come direttori e curatori. Alcuni italiani sostengono che gli stranieri siano stati nominati in Italia per risolvere i problemi dei musei, mentre altri sostengono che gli stranieri possano portare nuove idee e competenze. Francesco Stocchi, responsabile del dipartimento moderno e contemporaneo al Boijmans di Rotterdam, sostiene che la nomina di stranieri in Italia è normale e che bisogna polemizzare sul fatto che in Italia arrivano pochi stranieri.
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