L'inedita (per l'Italia) procedura che a seguito di un open call internazionale ha portato due giorni fa alla nomina dei nuovi direttori di venti tra le maggiori realtà museali e archeologiche del nostro Paese, riporta d'attualità un aspetto mai realmente discusso della gestione regionale dei beni culturali: quello cioè di una circolazione di soprintendenti e direttori di museo tutta interna alla amministrazione, soggetta per di più alla scacchiera di uno spoils system in cui talvolta giocano, in particolare per gli incarichi più delicati, più o meno nascosti criteri di appartenenza agli equilibri politici del momento. Intendiamoci: le nomine ratificate dal ministro Dario Franceschini riguardano i poli museali in precedenza individuati come le realtà maggiori del sistema italiano, per importanza delle collezioni, numero di visitatori e potenzialità spesso distanti dai musei siciliani (ma non da musei archeologici come il Salinas di Palermo e il Paolo Orsi di Siracusa o siti quali la Villa del Casale o la Valle dei Templi, giusto per citare). Eppure, la scelta di aprire gestione e valorizzazione a un confronto di esperienze più ampio, come avviene di norma in altri paesi e anche in Italia per le Fondazioni liriche, dovrebbe rappresentare, per le fallimentari politiche regionali, almeno uno stimolo alla discussione. Alla base di tutto, come è noto, sono le due leggi (la legge 80 del 1976 e la 116 del 1980) con cui la Sicilia avocò a sé la gestione diretta dei Beni culturali, spezzando così quel circuito virtuoso che aveva condotto nell'isola storici e funzionari di grande valore, da Roberto Salvini a Margherita Asso, da Giovanni Carandente a Giuseppe Voza, in grado di offrire un contributo importante di idee e esperienze maturate anche in altri contesti. Questione di sguardi quindi, di prospettive e di confronti, e non di specifici meriti o demeriti di coloro che si sono avvicendati alla guida dei musei o dei parchi archeologici, dovendo fare i conti sempre con problemi originati dalle carenze e dalla miopia di scelte politiche subite senza potere avere alcuna voce in capitolo: dalle drammatiche carenze di finanziamenti alla gestione dissennata del personale di custodia, sino all'affollamento provocato dalla legge regionale sulla dirigenza che, moltiplicando i dirigenti, in Sicilia ha spesso portato al vertice delle sedi più importanti personale privo di specifici titoli disciplinari. Sono manager, si diceva, e devono valorizzare: può darsi, ma gli strumenti per farlo non sono mai stati concessi. Sarà forse il caso di sottolineare che la commissione insediata da Franceschini ha privilegiato in molti casi curricula non soltanto gestionali, ma di provata affinità disciplinare di archeologi e storici dell'arte. Rispetto alle scelte del recente passato in cui l'esperienza manageriale alla Mc Donald costituiva un titolo di merito, un deciso passo in avanti. Per valorizzare, sembra banale, occorre conoscere. Ma è necessario anche avere gli strumenti per farlo, mentre qualsiasi ipotesi di autonomia, amministrativa e finanziaria, dei nostri musei è sempre rimasta lettera morta, e con essa qualsiasi possibilità di programmare: attività, restauri, nuovi allestimenti, esposizioni, interventi di manutenzione straordinaria, condannando quindi i musei a una condizione perenne di precarietà e, nel contesto dell'offerta culturale, di crescente marginalità. Tutto passa dalle stanze dell'assessorato le cui scelte sono state spesso tutt'altro che ispirate da lungimiranti orizzonti di medio e lungo termine, gli unici capaci di offrire efficaci prospettive di gestione. Con esiti disastrosi, in termini di conservazione e di valorizzazione: Palazzo Abatellis è tuttora sprovvisto di un efficace sistema di climatizzazione, mancano i cataloghi delle collezioni, le mostre su Antonello, su Van Dyck in Sicilia o sui bronzi antichi (a cui i nostri musei prestano le opere) vengono organizzate altrove. In queste condizioni, difficile che un concorso internazionale o anche solo nazionale registri un ampio ventaglio di aspiranti. In attesa di una auspicabile abolizione della autonomia regionale ( ma le speranze in tal senso sono affidate piuttosto a una legge nazionale), la Sicilia potrebbe forse ammettere la propria debacle almeno in questo campo, fare ammenda e rinunciare alla gestione diretta dei Beni culturali. Sarebbe, se non altro, un gesto di umiltà.