Bini Smaghi: i musei restano ancora statali, trasformiamoli in fondazioni. Felice per Bradburne È il banchiere votato all'arte Lorenzo Bini Smaghi. Presidente di Snam, di Sociétè Génerale ed ex membro del direttivo Bce, presiede la Fondazione Palazzo Strozzi qui a Firenze. Ecco perché se si ragiona sul binomio arte-privati il pensiero corre a lui. Cosa pensa delle nomine dei direttori dei grandi musei italiani e fiorentini? «Sono molto felice soprattutto per James Bradburne chiamato a dirigere la Pinacoteca di Brera. Ci conferma che avevamo fatto bene a sceglierlo come direttore di Palazzo Strozzi. Sono sicuro che farà bene anche a Milano». La scelta di questi manager porta a un maggiore coinvolgimento dei privati nella gestione dei beni culturali. È la strada giusta? «È il primo passo. Sono favorevole alla scelta di personalità che hanno fatto esperienza all'estero e in diverse realtà invece che in una sola istituzione. È buona una riforma che conferisce ai direttori più ampi poteri. Ma c'è tanta strada da fare». Per arrivare dove? «I musei restano statali, credo che bisogna trasformarli in fondazioni. Con un loro consiglio di amministrazione con maggiori poteri e che ne conferisca ai privati. Con un bilancio chiaro e regole di trasparenza e rendicontazione». La riforma Franceschini prevede che abbiano un Cda e un bilancio. «C'è piena autonomia se ciò è riflesso anche nell'assetto giuridico, come quello di un Ente, in cui i privati possono apportare le loro competenze». In che ambito? «Nella gestione del bilancio, nel controllo dei costi, nelle strategie di comunicazione. Il direttore deve potersi appoggiare su competenze diversificate per raggiungere obiettivi prefissati». «Che genere di obiettivi? «Ai direttori devono essere dati obbiettivi in base ai quali devono essere valutati, in termini di bilancio, di fund raising e qualità». Non è troppo? «No, le competenze necessarie in un Cda sono diverse e non tutte si trovano nel pubblico. Ai privati non si può solo chiedere soldi, senza rendere conto. Vanno cercati per sostegni duraturi, anche in vista del beneficio di cui godono dal vivere in una città d'arte». Ma qual è il limite? «Alcuni temono che in questo modo si privatizzi l'arte con ingerenze sulle scelte culturali, ma è una scusa per giustificare l'immobilismo. A Palazzo Strozzi non ne abbiamo mai avuto. Quando c'è un direttore bravo e un Cda autorevole, le ingerenze si stoppano da sole».