Sarà la prova sul campo a dirci quanto siano state azzeccate le nomine dei nuovi direttori di venti grandi musei italiani, ma come non apprezzare da subito il criterio di fondo scelto dal ministro Dario Franceschini e dalla commissione guidata da Paolo Baratta? Sette, compresi i direttori di Uffizi e Accademia, sono stranieri anche se esperti dell'arte italiana; altri, come la direttrice del Bargello, sono italiani ma hanno maturato esperienze decisive all'estero. Vuol dire che si è voluto dare il segnale di una svolta radicale, a costo di sacrificare candidati più che autorevoli come l'attuale direttore degli Uffizi, Antonio Natali, sul quale la Firenze più attenta al proprio patrimonio, anche umano, vorrebbe continuare a contare per lo studio, la difesa e la promozione dei giacimenti culturali cittadini (a cominciare proprio dalla Galleria a lui tanto cara). Via ogni tentazione di piccole manovre di potere, di aggiustamenti di comodo all'interno di un sistema ormai invecchiato, tra pregi e difetti. E che andava scosso con convinzione per una ripartenza orientata alla massima valorizzazione dei nostri musei, oltre che alla loro tutela. Si tratta di trovare un equilibrio complicato, ma non impossibile, capace di combinare l'investimento sulla cultura ( e sui suoi valori universali) e la ricerca delle risorse adeguate per cogliere l'obiettivo. La tornata di nomine ha fatto vedere come sia perseguibile una politica valida per oggi e per domani, lineare nella selezione dei meriti e delle competenze. E anche coraggiosa nella volontà di cambiare gioco e resistere alle polemiche del (vasto) fronte conservatore, legato a schemi ideali che non trovano più riscontro nella realtà del mondo globale. Come dimostrano i più grandi musei di tutto il mondo. Adesso c'è da sperare che il metodo prescelto diventi la regola per tutte le nomine nel mondo della cultura. E non solo. Bene sarebbe, ad esempio, se altrettanto coraggio facesse da bussola nelle scelte di un'altra grande istituzione fiorentina come l'Università. Il rettore eletto, Luigi Dei, succederà ad Alberto Tesi sull'onda di un consenso larghissimo che gli consentirà massima libertà di movimento. Speriamo che la usi. Anche nell'Ateneo c'è bisogno di aria fresca. Di un cambiamento di rotta che spezzi la regola delle appartenenze compiaciute e assegni riconoscimenti e fondi solo a chi se li merita. Per quello che fa.