Il malessere è diffuso, si tocca con mano. Dei venti superdirettori che gestiranno musei e siti archeologici soltanto una, Anna Coliva, proviene dai ranghi del ministero per i Beni culturali. Una su venti è un rapporto che stride con quello in vigore fino a ieri: venti su venti. Come a dire che una porzione rilevante della classe dirigente del ministero è stata sfiduciata. Sapete fare bene gli storici dell'arte o gli archeologi, siete bravi nella tutela, ma gestire un museo non è roba per voi: questo il succo del messaggio che sta dietro le nomine di ieri. Un messaggio che viene raccolto nelle soprintendenze, negli uffici ministeriali, fra direttori ed ex direttori. E che suscita amarezza, delusione, il senso acre della bocciatura. Andandosi ad aggiungere alla convinzione più o meno radicata che si vada verso una liquidazione del sistema che ha tenuto insieme finora la tutela del territorio e del patrimonio con i musei. I commenti restano quasi tutti anonimi in un'amministrazione dove valgono regole molto rigide, quasi da caserma. Parla per tutti Antonio Natali, che ha diretto gli Uffizi dal 2006 e che ora cede il passo a Eike Schmidt. Gli fa eco da Roma Rita Paris, che dirige il Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo (oltre ad avere la responsabilità dell'Appia Antica) e che non ha fatto domanda per queste nomine: «Una volta assegnati gli incarichi mi chiedo che cosa cambierà in concreto: ho l'impressione che ci si sia concentrati sulla testa, le direzioni dei musei, lasciando intatto tutto il corpo di una struttura che resta uguale a se stessa con le carenze di cui soffriamo, che denunciamo e che molti di noi, direttori di musei provenienti dalle soprintendenze, ogni giorno fronteggiano per fare la valorizzazione che il ministro ci chiede. E che tutto sommato ci riesce assai bene se la grandissima parte dei musei con il più alto numero di visitatori è guidata da direttori delle soprintendenze. E se queste competenze ci vengono riconosciute ovunque andiamo, specie all'estero». I cahiers de doléances vanno dai custodi che sono sempre di meno, all'esiguità di servizi amministrativi e di marketing. Ci puoi mettere il miglior direttore del mondo, si sente dire, ma se manca il personale, molte sale della Galleria nazionale d'arte antica a Palazzo Barberini di Roma resteranno chiuse, come chiuso resterà un pezzo di Capodimonte perché manca l'aria condizionata. Tutto è migliorabile, fa notare un direttore di museo, ma in fondo quei venti siti li abbiamo fatti diventare appetibili: «Qualcosa vorrà pur dire sulle nostre doti e invece ci tocca essere bollati come piccoli e incapaci travet». Un'intera branca della dirigenza pubblica si sente fatta fuori. "Sembra quasi un anticipo della riforma Madia della pubblica amministrazione", sostiene qualcuno. A prescindere dalla qualità dei nuovi incaricati, alcuni dei quali sicuramente elevata, in molti sottolineano come si sia passati da direttori di nomina interna, che hanno superato concorsi in cui le competenze museografiche e di gestione erano scrupolosamente accertate, a direttori nominati da un ministro sulla base di una selezione operata da una commissione esterna: questo non genererà, ci si domanda, forme di dipendenza politica in una funzione essenzialmente tecnico- scientifica?
"Franceschini ci ha sfiduciato"
Il ministro per i Beni culturali ha nominato venti nuovi direttori di musei e siti archeologici, ma solo una su venti proviene dai ranghi del ministero. Questo ha suscitato amarezza e delusione tra gli storici dell'arte e gli archeologi, che si sentono sfiduciati. I nuovi direttori sono stati nominati senza un concorso pubblico, ma con una commissione esterna, il che ha sollevato dubbi sulla loro qualità e sulla possibilità di forme di dipendenza politica. I direttori esistenti si sentono bollati come incapaci e si domandano cosa cambierà con i nuovi incaricati.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo