«Con queste nomine gli storici dell'arte che lavorano nei musei statali, professionisti di prestigio internazionale, sono stati molto sottostimati. Del resto: nemo propheta in patria». Cristina Acidini, ex soprintendente al Polo museale fiorentino, ha lasciato via della Ninna da quasi un anno. Ma questa rivoluzione nella gestione dei musei non l'ha proprio digerita. Dottoressa, per il mondo della cultura è una rottamazione o una svolta? «Direi tutte e due le cose. Si può sperare anche che sia una svolta. Valuteremo poi se l'immissione di questi nuovi profili manageriali gioverà o meno ai grandi musei italiani». Sette nominati su venti sono stranieri. Segno che in Italia non ci sono curriculum adeguati? «Non è assolutamente così. Abbiamo grandissime professionalità». Con queste nomine finisce la scuola di via della Ninna, portata avanti da nomi come Procacci, Baldini, Berti, Paolucci e da lei stessa? «Per Firenze è senza dubbio la fine di una scuola. Altrove è la fine di altre grandi tradizioni». Cosa si aspetta come prima mossa dal neo direttore degli Uffizi, Schmidt? «Che vada ad accendere un cero alla Santissima Annunziata. È probabile che si trovi davanti una sfida difficile. Ha delle forti qualità e una esperienza molto valida, ma per lui e per tutti coloro che non vengono dalla carriera ministeriale non sarà facile inserirsi in un sistema molto strutturato e collaudato come quello degli Uffizi». È rimasta sorpresa che Natali, direttore uscente, non ce l'abbia fatta? «Sorpresa no. Addolorata sì». Lei si era battuta per parificare i musei ai servizi essenziali e arginare gli scioperi selvaggi. Non ce l'ha fatta, crede che il nuovo super manager avrà miglior sorte? «Questa è una battaglia più politica che tecnica. Non voglio parlare di precettazione, ma spero che si arrivi presto ad approvare degli strumenti che garantiscano delle fasce di salvaguardia per i visitatori dei musei, che spesso vengono apposta dall'altra parte del mondo». Il marketing culturale sarà un elemento centrale nel nuovo modello. Crede che la conservazione dei beni culturali ne risentirà? «Io penso di no. Tutto ciò non può prescindere dalla conservazione. Chi arriva da altri contesti sa bene cosa va a toccare. E spero proprio che nessuno metterà a rischio il nostro patrimonio». A quest'ultimo proposito: la ricerca della Battaglia di Anghiari non è più ripartita. Lei si era strenuamente opposta. Era proprio un bluff? «Io non ho le prove che fosse un bluff. Ma non ho neppure le prove di basi credibili. I ricercatori del team del professor Seracini ad un certo punto avevano chiesto di fare sondaggi che avrebbero messo a rischio la pittura del Vasari, e allora bloccai tutto». Ha un sassolino da togliersi? «Sì. I primi commenti espressi dal più alto livello sono molto lesivi per la categoria degli storici dell'arte del ministero, che come posso per fortuna testimoniare gode proprio all'estero di grandissima stima ed apprezzamento».