La nomina di sette stranieri e di quattro italiani rientrati dall'estero è una buona notizia dopo decenni di chiusura. Ci sono meno alibi ora per portare a un livello di eccellenza il nostro sistema, che però non deve lasciare soli i dirigenti «Zuch-cosa»? Immaginiamo lo stupore dei dipendenti di Paestum per l'arrivo, come nuovo direttore del Museo e del Parco archeologico di Gabriel Zuchtriegel, un archeologo tedesco di soli 34 anni. Un tedesco? A Paestum? Uffa, possibile che non ci fosse un italiano all'altezza del compito o addirittura più bravo? Di italiani alla guida di importanti musei, rassegne d'arte, biblioteche, orchestre sinfoniche e così via sparsi per il pianeta, in realtà, ne avevamo visti tanti. Claudio Abbado fu direttore dei Berliner Philharmoniker per anni: non c'erano tedeschi al suo livello? SEGUE DALLA PRIMA G abriele Finardi, dopo essere stato «vice» al Prado, dirige oggi la National Gallery di Londra: non c'erano inglesi alla pari? Salvatore Settis fu a lungo direttore del Getty Research Institute di Los Angeles (il più grande istituto di storia dell'arte del pianeta) ed è stato confermato tre volte presidente del Consiglio scientifico del Louvre: non c'erano americani prima e francesi poi al suo stesso livello? All'estero funziona così. In Italia no. Certo, il pachistano Abdus Salam, premio Nobel per la Fisica, diventò direttore dell'Ictp di Trieste (International centre for theoretical physics) che lui stesso aveva contribuito a fondare. E la Scala ha avuto tra i suoi direttori musicali, ad esempio, l'argentino-israeliano Daniel Barenboim. Ma i casi simili, ad alto livello, si contano forse sulle dita di due mani. La nomina di sette stranieri (tre tedeschi, due austriaci, un britannico e un francese) alla guida di sette importanti musei o poli museali italiani più il rientro con lo stesso ruolo di altri quattro italiani che se n'erano andati all'estero per cercare lo spazio che in Italia non c'era, è dunque, di per sé, un'ottima notizia. Come buona era stata la composizione della commissione che ha selezionato le terne di nomi tra i quali Dario Franceschini e il suo direttore generale per musei Ugo Soragni hanno scelto i venti direttori. Tutto si può dire, ma non che i «giudici» non fossero all'altezza. Dal presidente Paolo Baratta, da anni alla guida della Biennale a Lorenzo Casini (esperto di legislazione per il patrimonio culturale), da Claudia Ferrazzi (segretario generale dell'Accademia di Francia a Roma dopo esser stata ai vertici del Louvre) a Luca Giuliani (Rettore del Wissenschaftskolleg di Berlino) fino a Nicholas Penny, già direttore della National Gallery. Potevano offrire a Franceschini terne migliori? Può darsi. Potevano prendersi più tempo (un quarto d'ora di colloquio a candidato, sia pure dopo l'«approfondito esame di tutti i curriculum») per individuare venti (forse) fuoriclasse in un colpo solo? Probabilmente sì. Lo stesso ministro e il suo direttore generale potevano scegliere meglio? Possibile anche questo. Mancano nomi di altissimo profilo planetario? Sicuro. Ma dopo decenni di chiusura questa prima apertura verso gli studiosi stranieri (nessun manager proveniente dalla Coca-Cola o dalla Kentucky Fried Chicken come qualcuno paventava, per intenderci) è davvero un passo avanti. E diciamocelo: nessuno poteva illudersi che il direttore del Metropolitan, del Louvre o dell'Ermitage, corressero a gettarsi nella gara italiana, per quanto alcuni dei musei messi in palio siano straordinari, lasciando una posizione sicura per una scommessa. Quella di «costruire» in pochi anni dei musei all'altezza (non per i pezzi che contengono, ovvio: su quelli sono gli altri a dovere invidiare noi) delle eccellenze parigine, berlinesi, newyorkesi. Strutture con una vera (speriamo) autonomia, con un cda, curatori concentrati solo sugli obiettivi fissati senza altre dispersioni, bilanci dove i conti debbono tornare (il che non vuol dire che debbano essere in attivo perché non c'è forse museo al mondo che lo sia fatte salve eccezioni particolarissime come il Guggenheim di Venezia), progetti, programmazioni. «Finalmente se un museo non funzionerà ci sarà un vero responsabile con nome e cognome», dice Paolo Baratta, «Uno che non potrà rifugiarsi dietro la solita scusa: le sovrintendenze hanno già tanti problemi». Insomma, aprire il credito verso i nuovi responsabili di una parte importante del patrimonio culturale italiano, sia pure con la massima comprensione per la delusione di chi è stato accantonato forse immeritatamente (come il direttore degli Uffizi Antonio Natali) e il massimo rispetto per le critiche di chi già spara a zero sul metodo e sui nomi, è doveroso. A questo punto, però, la svolta promessa si deve vedere davvero. E già fra qualche mese avremo modo di sapere se valeva la pena di fare la scommessa. Una cosa è certa: Gabriel Zuchtriegel a Paestum si troverà alle prese con i problemi di sempre: le lampadine rotte delle bacheche, i campi sfalciati malamente, i cartelli con le indicazioni per i visitatori in condizioni pietose, le pizzerie e le gelaterie che incombono sulla strada che mozza a metà l'anfiteatro, amministrazioni pubbliche che per anni hanno buttato via soldi per marciapiedi in tek o «visitors center» in cartongesso o piantagioni di rose senza impianto di irrigazione e così via Gli basterà essere tedesco o avere sul panciotto il distintivo di «nuovo» direttore? Difficile. E lo stesso discorso vale per tutti gli altri. Guai se fossero mandati all'attacco e, voltandosi indietro, si ritrovassero soli.
Corriere della Sera
19 Agosto 2015
Musei. Un bel segnale con qualche rischio
GI
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
Il ministro della cultura ha nominato 11 direttori di musei italiani, tra cui 7 stranieri e 4 italiani che erano tornati all'estero. Questa nomina è stata vista come un passo avanti dopo decenni di chiusura del settore. I nuovi direttori sono stati scelti da una commissione composta da esperti internazionali, tra cui il presidente della Biennale Paolo Baratta e il direttore del Louvre Claudia Ferrazzi. La nomina è stata vista come un'opportunità per costruire musei all'altezza di quelli di Parigi, Berlino e New York, con una vera autonomia e un cda concentrato sugli obiettivi fissati.
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