Pubblico di seguito la risposta che ho inviato a Sergio Staino in risposta alla sua lettera aperta a Gianni Cuperlo. Carissimo Sergio, anche io sono stato profondamente colpito dalla tua lettera a Gianni Cuperlo. Ci ho letto tutto il tuo amore per la Sinistra, e ho riconosciuto la tua profonda onestà: cioè la forza più unica che rara, in questo Paese piagato dal conformismo più opportunista di non distinguere tra discorso privato e discorso pubblico, tra lettere riservate e pagine dei giornali: di parlare, insomma, senza lingua biforcuta. E ho apprezzato fino in fondo una parte della tua durissima critica alla Sinistra del Partito Democratico: quella in cui hai messo in evidenza la sua radicale incapacità di costruire una proposta alternativa credibile, sia attraverso una lotta parlamentare tenace e produttiva (da ultimo proprio nel caso clamoroso del cda della Rai) , sia soprattutto attraverso la produzione e la condivisione di prospettive, programmi, politiche davvero di Sinistra e davvero attuabili (e, anche qua sono d'accordo con te: è stata assurda la rinuncia di Cuperlo a dirigere «l'Unità», anche perché quella di De Angelis è davvero allucinante, nonostante tutti i tuoi generosi sforzi). Hai ragione, non c'è dubbio: una parte del nostro problema è che la minoranza del Pd è una compagnia in cui tutti recitano solo il ruolo di Amleto e lo fanno anche in modo intollerabilmente mediocre. Ma, Sergio caro, io credo che dobbiamo occuparci soprattutto della parte principale del problema: quella che si chiama Matteo Renzi. Perché è possibile anzi è sicuro che questa Sinistra Dem ci stia «scassando i coglioni», come scrivi tu: ma Renzi e il suo governo ci stanno scassando il Paese. E questo permettimi è un po' più importante. Tu scrivi che «un sano atteggiamento riformista deve quindi, oggi, partire da questa constatazione: il lavoro fatto fino a ieri dai nostri dirigenti ha portato Renzi alla segreteria del partito e al governo e quindi, fino a prova contraria, non esistendo altre forze alternative di sinistra, Renzi è quanto di più progressista si possa avere in Italia in questo momento storico». Ebbene, non potrei essere meno d'accordo con te. Matteo Renzi non è un frutto dell'albero del riformismo, tantomeno di quello della Sinistra. Non lo è per storia personale, non lo è culturalmente, non lo è politicamente. Questo frutto non ci sarebbe mai stato senza l'innesto (irresponsabile, per i modi in cui è stato fatto) tra eredità comunista ed eredità democristiana. Te lo dico da cattolico: Renzi appartiene a quella parte del retaggio democristiano che era lontanissimo e anzi radicalmente altro, e naturaliter alternativo da una qualunque Sinistra, seppur intesa nella più larga e diluita delle accezioni. Quando Renzi ha detto che per lui «la bandiera rossa è il simbolo della Ferrari, non un riferimento storico» ha detto la verità. E, soprattutto, Renzi non sarebbe mai arrivato alla segreteria del Pd se non si fosse ad un certo punto deciso (caso unico al mondo) di far scegliere il capo di un partito da coloro che non sono iscritti a quel Partito. Questa opa ostile, questa scalata dall'esterno sono state rese possibili dall'aver affidato «all'elettore indistinto, cioè all'avversario o al curioso che si avvicina al gazebo, il compito di eleggere il segretario di un partito: il che pare un gesto di follia che concede al denaro e ai media le chiavi del partito stesso». Sono, queste ultime, parole del filosofo della politica Michele Prospero: e ti consiglio di leggere il suo ultimo libro, da cui sono tratte (Il nuovismo realizzato. L'antipolitica dalla Bolognina alla Leopolda, Roma, edizioni Bordeaux, 2015). Eccone un altro passo: «le primarie aperte sono state l'istituzionalizzazione di un non partito, in cui i padroni dei media orientano le aspettative verso presunti annunci profetici di eroi della provincia promossi quali titolari della sacra leadership ... In un partito normale la sovranità spetta agli iscritti, agli aderenti e non all'elettore generico senza alcuna traccia di appartenenza». È stata questa, caro Sergio, la «magia» attraverso cui Renzi si è impadronito del Pd. E Renzi ha scelto il Pd come obiettivo della sua ambiziosissima corsa personale, nello stesso modo in cui si sceglie un dessert su un menu: perché era il più contendibile. Ma lui (cresciuto sulle ginocchia di Verdini, e intimamente post-democratico) potrebbe guidare indifferentemente la Destra o i Cinque Stelle: proprio come un moderno capitano di ventura, e senza dover cambiare nemmeno il 5 per cento di ciò che dice. Ti confesso che proprio da cattolico mi lascia comunque perplesso la tua visione un po' clericale per cui «extra Pd non est salus», e per cui si deve comunque obbedienza al segretario-papa: quando il papa è dichiaratamente ateo, ed è stato eletto da fedeli di altre religioni concorrenti, che senso hanno la mistica della fedeltà, e quella dell'ortodossia? Ma Renzi non è solo il papa ateo del Pd, è anche il capo del Governo. E come si può non vedere che l'azione di questo governo è da un lato drammaticamente inadeguata, a tratti perfino imbarazzante, e dall'altra porta avanti un programma diametralmente opposto a quello di una qualunque Sinistra? Le riforme istituzionali vanno in direzione di una svolta autoritaria (ha ragione Eugenio Scalfari, ha torto Giorgio Napolitano). La legge elettorale è tanto pericolosa e irresponsabile da essersi fermata quando i sondaggi hanno cominciato a far capire che avrebbe potuto giovare non al Pd, ma a Salvini o a Grillo. La riforma del lavoro diminuisce drasticamente i diritti: in cambio di nulla. Sullo Sblocca Italia, caro Sergio, abbiamo scritto insieme un libro per dire che «è una minaccia per il futuro e per la democrazia». La Legge Madia rischia di far sparire le soprintendenze, sacrificando il territorio ad altre colate di affari e cemento. La buonascuola è una delle riforme più odiose che siano state perpetrate: la mazzata finale alla scuola pubblica. La politica fiscale è l'ennesimo bomba-libera-tutti. Sulla tragedia dell'immigrazione il governo è 'non pervenuto': come dice il segretario della Cei nominato da papa Francesco. Insomma, nemmeno sotto Berlusconi il progetto della Costituzione è stato tanto calpestato e disprezzato: perché allora non c'era un progetto politico, si perseguiva 'solo' un mostruoso interesse personale. Non sono un complottista, e non so dirti se Renzi sia «il rappresentante di una feroce destra neoliberista totalmente asservita al capitale finanziario». So, però, che nel giugno del 2013 un documento della Banca d'affari americana JP Morgan affermava che «i sistemi politici della periferia meridionale (dell'Europa) sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell'esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche». Ecco, l'azione del governo Renzi non è l'avvio, ma certo rappresenta il culmine, di un'azione politica volta a eliminare radicalmente tutti questi 'ostacoli': peso del parlamento, garanzie costituzionali, diritto di protestare. Se il programma della Sinistra si identifica come credo profondamente con quello dell'articolo 3 della Costituzione italiana (e cioè con la costruzione dell'eguaglianza sostanziale, per il pieno sviluppo della persona umana), allora bisogna riconoscere che Renzi non rappresenta uno scarto nella rotta, ma un dirottatore dell'aereo. È per questo che credo sia radicalmente sbagliato affermare che «Renzi è quanto di più progressista si possa avere in Italia in questo momento storico». Dire una cosa del genere mi pare equivalga a ripetere il mantra del TINA (There Is No Alternative): il motto dell'età di Reagan e della Thatcher, e poi di Blair, modello esplicito di Renzi. E invece chi (come me) studia e insegna, e chi (come te) fa satira e disegna dovrebbe dire che c'è sempre un'alternativa: anzi, questa consapevolezza è l'essenza stessa del pensiero critico. E, vedi, a leggerti mi è venuto in mente un passo struggente dei Diari di Piero Calamandrei. Siamo nel 1939, e Calamandrei non si dà pace che i «giovani» (suo figlio Franco e i suoi amici) pensino che «la storia è composta di fatti e non idee, e se Mussolini è riuscito a diventar dittatore, vuol dire che Mussolini è una realtà e che le idee impotenti degli oppositori sono un'irrealtà: per ora, finché c'è questa realtà, il migliore regime è questo, perché si regge. Rinunciano dunque a giudicarlo, a darne una valutazione morale: se noi non facciamo nulla per rovesciarlo, vuol dire che storicamente esso corrisponde alle necessitò del presente che ce lo fa accettare». Ora, caro Sergio, non te lo cito per dirti che Renzi assomiglia a Mussolini: ma per dirti invece che gli italiani sono sempre stati pronti a giudicare necessario, inevitabile, senza alternative il potere del momento. Ma il fatto che un regime si regga non vuole affatto dire che sia il migliore possibile: e chi ancora pensa ha il dovere di gridarlo sui tetti. E dunque, per non farla troppo lunga, sono d'accordo con te sul fatto che l'immobilismo grottesco della Sinistra Pd sia penoso e pericoloso. Quella sinistra dovrebbe lottare con ogni mezzo moralmente lecito per espellere il dirottatore: o, se questo fosse impossibile, dovrebbe rassegnarsi ad andarsene. L'unica cosa che non può fare è stare immobile come il Romano Prodi di Corrado Guzzanti. Per questo ammiro chi, come Pippo Civati, ha anteposto la propria coerenza alla propria convenienza, e sta provando (per esempio attraverso una serie di referendum importanti) a ricostruire la Sinistra dal basso, contendendo consenso ai Cinque Stelle, e cercando di fare qualcosa per riportare alla vita politica la metà degli Italiani che non ne vuole più sapere (già: perché il consenso 'plebiscitario' di Renzi alle Europee, cioè alle uniche vere elezioni nazionali che abbia vinto, era del 41 del 50 che aveva votato: non dimentichiamocelo). Può bastare il lavoro di Civati? Certo che no: ma è un inizio. E come diceva Gianni Rodari «chi non parte, in verità in nessun luogo arriverà». C'è un bisogno disperato di partire, se vogliamo che, a sinistra di questo povero Pd dirottato, nasca una vera Sinistra di popolo che non sia «la solita infima minoranza che gira le assemblee». Io credo che anche Bobo, sempre così lontano da ogni ortodossia e da ogni potere, potrebbe dare una bella mano, se volesse. Un abbraccio affettuoso, Tomaso
la Repubblica
15 Agosto 2015
Articolo 9 - Caro Staino, su Renzi ti sbagli
TO
Tomaso Montanari
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
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