Dieci anni fa, nella notte tra l'11 e il 12 giugno 1995, moriva a Lugano Arturo Benedetti Michelangeli, celebrato in tutto il mondo come uno dei maggiori pianisti del '900 e a lungo partecipe della vita musicale napoletana. Francesco Canessa L'ora del concerto era arrivata, ma il Teatro Grande di Brescia appariva chiuso, porte sbarrate e luci spente. «Ci ha ripensato, non suona più!». Tra la gente in attesa la frase circolava in forma di rassegnato sussurro, nessuno se ne lamentava, nessuno si arrabbiava. «Se il Maestro non trova l'ispirazione, manda a casa tutti. L'ha fatto tante volte, figurarsi in una occasione come questa!». Qualcuno in verità aveva protestato in precedenza, imbrattando con lo spray i manifesti del concerto, e coprendo il nome Arturo con quello di Ciro, che pare portasse da ragazzo a mo' di nomignolo. Il motivo era l'alto costo dei biglietti, che impediva agli amici e compagni di scuola di entrare per ascoltarlo. Era il 16 giugno 1980, Arturo Benedetti Michelangeli non suonava in Italia da 12 anni e quella di Brescia, la sua città, era una circostanza straordinariamente unica, programmata per dare anima di musica al ricordo di Papa Montini, esponente supremo di una famiglia legata alla sua da antica amicizia. Quella volta e basta, poi sarebbe tornato, come infatti tornò, nel suo esilio svizzero, senza più varcare il confine dell'ingrata patria. Perché tanto rancore? Perché questa l'aveva umiliato e offeso, consentendo che un ufficiale giudiziario gli pignorasse i mobili di casa, pianoforte escluso, e gli sequestrasse i compensi dei concerti sino alla concorrenza di 82 milioni di lire, somma che costituiva il negativo risultato dell'improvvida sua partecipazione societaria alla casa discografica B.D.M. di Bologna, incappata in un clamoroso fallimento. Il pubblico non si meravigliava dell'attesa, perché da sempre i concerti di Benedetti Michelangeli contenevano come valore aggiunto dell'evento la suspence del suona o non suona, che accresceva il fascino romantico del suo personaggio, il musicista ispirato dal cielo, o alla ricerca d'una più laica trance che gli consentisse di raggiungere il trascendentale. Pasquale Di Costanzo, storico sovrintendente del San Carlo, riusciva ad averlo fisso in cartellone, a patto però di lasciarlo provare in una sala senza manco passare a salutarlo e di mandargli il contratto da firmare solo all'ultimo momento, dietro le quinte, prima di uscire in scena, mai per il tramite del competente funzionario, ma di una fedelissima sua fan napoletana, la signora Renata Barbato. Sempre che fosse arrivato fin lì, perché più di una volta aveva deciso, a prove apparentemente concluse, di infilare la porta del Teatro al posto di quella del palcoscenico. Ma a Brescia il pianista più amato dagli italiani finì per varcare, se pure in ritardo, quella giusta: nero il frac, nero il fazzoletto nel taschino, nera l'espressione del volto e fin troppo nero il colore dei lunghi capelli. Suonò stupendamente il programma previsto, senza cambiare nulla, come altre volte era accaduto, e dopo il terzo movimento della Seconda Sonata opera 35 di Chopin, la famosa Marcia Funebre, nel silenzio emozionato della sala, si udì il gemito di una signora che nel palco di proscenio si accasciava svenuta. Chi scrive aveva compagno d'ascolto, sul fondo d'una gremita barcaccia, Michele Campanella, già pianista affermatissimo e che la sua emozione aveva palesato in maniera così tangibile, che ancora vien da chiedergliene i motivi. «La figura di Benedetti Michelangeli stava accanto a me allora e continua ad esserlo oggi, ogni volta che metto le mani sul pianoforte, perché l'appassionata ammirazione che provavo è tuttora vivissima, insieme allo sconcerto che l'accompagna» spiega il musicista. «Egli aveva conquistato un grado di padronanza, di simbiosi con lo strumento che mai altri ha raggiunto, né prima, né dopo. Conosceva sino all'insondabile il movimento delle dita, della mano, del braccio, necessari per ottenere quel suono, esattamente quello pensato, sofferto, studiato e che nelle esecuzioni dal vivo riproduceva con assoluta esattezza. Questo è un altro risultato che ha dell'eccezionale, perché tutti i pianisti, bravi e illustri che siano, perdono nella esecuzione pubblica una percentuale di ciò che sono preparati a fare nelle loro intenzioni musicali e strumentali. Mi sono più volte chiesto quale fosse il prezzo d'un tale risultato e se lo chiedeva anche il mio maestro, Vincenzo Vitale». La citazione di Campanella è pertinente, vista la costante presenza nella vita musicale napoletana di Benedetti Michelangeli, lungo l'arco d'una stagione irripetibile, quella degli anni Cinquanta, quando egli si alternava, al San Carlo o al Conservatorio, con pianisti come Rubinstein, Backhaus, Kempff, Gieseking, Fischer, Casadesus, Geza Anda e sui podi salivano direttori come Celibidache, Bohm, Knapperbush, Fricsay, Gavazzeni e l'Orchestra Scarlatti, curata da Franco Caracciolo, raggiungeva vertici europei tra i complessi da camera. E la Scuola pianistica napoletana, quella iniziata da Thalberg e proseguita da Cesi, Martucci, Longo, conservava in Vitale l'illustre e venerato sacerdote del tempio. «Il maestro Vitale ce lo additava come esempio supremo di professionismo, come dire che non esistevano confini a chi avesse la forza e la tenacia di non mollare mai e di aspirare al totale dominio della tastiera. Ma il prezzo? La compressione del proprio estro, che altri viceversa ostentavano, come ad esempio Rubinstein, volutamente schiacciandolo nella disciplina mentale necessaria a raggiungere il dominio strumentale». E l'emozione particolare di quella sera? «Le sue ultime prove facevano pensare ad un uomo in cui affiora un dramma ignoto al giovane dandy che affascinava i pubblici con la sua aria snob. La gabbia da lui stesso costruita appariva drammaticamente punitiva, la musica sotto le sue mani non trasmetteva amore, gioia, ma soltanto sofferenza, amarezza, martirio». Riccardo Muti, anch'egli allievo nella classe di pianoforte di Vitale, lo ricorda ancora giovane di carriera, ma già esemplare nella ostinata ricerca del dominio dello strumento: «Quando era a Napoli, dovunque avesse concerto, Benedetti Michelangeli veniva a provare in Conservatorio, nella Sala Martucci o nella Sala Scarlatti. Io cercavo in ogni modo di ascoltarlo, mi nascondevo da qualche parte, per vederlo studiare, m'interessava e alla lunga mi affascinava il suo modo di provare e riprovare per ore, alla ricerca della perfezione, che inseguiva come un demone fisso». E Maria Caracciolo, la vedova di Franco, il maestro che più d'ogni altro l'ha diretto in assoluto, a Napoli e altrove: «Provava da solo, prima dei concerti, ma non gli bastava e ricominciava punto e da capo con l'orchestra. Persino dopo l'esecuzione, se c'era una replica, chiedeva di provare ancora, non gli era piaciuto un passaggio, o il suono di una nota». Le registrazioni di due tra i tanti concerti eseguiti al Conservatorio di Napoli con Caracciolo e l'Orchestra Scarlatti sono ora recuperate e riversate in un disco contenuto in un volume commemorativo pubblicato dalla Banca Popolare di Sondrio. Sono entrambi di Mozart, il K415 e il K488. E testimoniano oltre che l'arte sua, interrotta per volontà di Dio, le qualità di un'Orchestra anch'essa purtroppo scomparsa, per volontà non di Dio, ma degli uomini.