LA SEQUENZA di flop che affligge la stagione d'opera estiva nel Teatro Grande di Pompei - ultima tappa la tempestosa Tosca di domenica scorsa - non è colpa soltanto di Giove Pluvio. Il sole splendeva al tempo dei primi sontuosi annunci, ma le turbolenze sono seguite per motivi tutt'altro che meteorologici: il taglio del programma, lo spostamento delle date, la confusione organizzativa (sintomatico il recente comportamento del Comune di Pompei, che ha oscurato i manifesti affissi in città perché privi di autorizzazione) le incertezze sulla retribuzione di orchestra e coro, gli opinabili e vani tentativi di riempire all'ultimo minuto le gradinate. Tanto si è aggiunto alla banalità delle scelte artistiche, alla scarsa cura della preparazione e all'affrettata realizzazione. Deficienze che vanno oltre la responsabilità degli organizzatori, ma coinvolgono il sito archeologico nel suo insieme. Pompei è bene prezioso, il suo Teatro non è un qualsiasi rudere isolato come tanti in Italia e in Europa, ma sta al centro di una intera città dissepolta, unica nel panorama archeologico mondiale. Rimetterlo in attività dopo il fermo seguito all'intervento della magistratura sul suo scandaloso restauro, era operazione meritoria, ma delicata. Occorreva garantire che l'offerta fosse all'altezza dell'eccellenza dei luoghi, partendo da quel che si fa altrove, che non è poco. Al presente, il più accreditato tra i teatri romani che ospitano la lirica è quello francese di Orange, ove suona l'Orchestra Filarmonica di Radio France ed hanno appena cantato artisti come Jonas Kaufmann e Roberto Alagna. Pompei ha di suo tradizioni illustri, anche se lontane, le cinque edizioni dall'86 al '90 delle Panatenee, curate da Francesco Siciliani ed in cui si alternarono direttori come Carlos Klaiber, Wolfgang Sawallish, Lorin Maazel in un programma che offriva puntuali riferimenti alla storicità dei luoghi. E prima ancora gli spettacoli del San Carlo dei tempi d'oro, cominciati con lo storico revival del Giulio Cesare di Haendel con Renata Tebaldi e Cesare Siepi, datato 1950. Se dunque si vorrà continuare, come auspicabile, a far musica nella città dissepolta, è indispensabile che si voli più alto. Al primo annuncio della manifestazione un esperto di organizzazione musicale, l'ex assessore regionale Franco Iacono, obiettava che il gestore naturale di una stagione lirica a Pompei non poteva essere che il San Carlo. Come possibile alternativa, aggiungiamo la felice realtà del Verdi di Salerno. Una cosa comunque è sufficientemente dimostrata: l'arte dell'improvvisazione non si addice a Pompei.