CI DEV'ESSERE un "buco nero della Storia" in quella parte della Stazione Centrale. Tra il 1943 e il 1945, centinaia di ebrei e deportati politici, stipati in vagoni merci, attaccati ai convogli ferroviari, venivano mandati nei campi di concentramento, con l'esito che sappiamo. Sempre davanti al famigerato Binario 21, diventato un Memoriale della Shoah, sorge il Padiglione Reale. La sua funzione era quella di sala d'attesa della famiglia Savoia e della loro corte, quando transitavano nella nostra città per affari o per raggiungere Villa Reale a Monza. Disegnato dall'architetto Ulisse Stacchini lo stesso dello Stadio di San Siro inaugurato nel 1931, il Padiglione otto anni fa è stato riaperto al pubblico grazie al restauro di Grandi Stazioni, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni architettonici di Milano, e la direzione tecnica di una delle nostre restauratrici più sensibili, Paola Villa, ma dev'essere ancora pienamente "liberalizzato" nella sua fruibilità. Opera monumentale, composta da due saloni immensi, è attualmente usata come location per conferenze, meeting, shooting fotografici. In rete girano i tariffari, da 2.000 euro per mezza giornata a 8.000 euro per tre giorni, ma l'augurio, in questa estate di Expo e di apertura internazionale di Milano, è che sia sempre più facile visitarla. Perché non tenere aperto il Padiglione una domenica al mese, come accade per i musei? Intanto, chi volesse provarci, può contattare il Touring Club o le associazioni culturali, che organizzano sporadici tour sul posto, dandone notizia sui social. Per vedere cosa? «Abbiamo deciso di salvare tutto il salvabile con un intervento quanto più possibile conservativo», spiega Paola Villa. «I segni dei fregi littori rimossi durante la Liberazione e mai più sostituiti sono rimasti visibili, così come gli occhi di Mussolini, distrutti dalle fucilate, in una scena esterna nella quale il Duce incontra il Monarca. Il parquet è quello degli anni Trenta, ora protetto da tappeti. Abbiamo riaperto i lucernari sui soffitti altissimi e recuperato i materiali originari, pregiati: dal noce all'ebano, dal marmo verdello di Verona alle maioliche e agli affreschi». L'effetto è un po' da mausoleo. Uno scalone hollywoodiano, con un leone uncinato, d'ispirazione egizia, collega le due parti del Padiglione: la Sala reale, all'altezza del Binario 21, e la Sala delle armi, a livello strada, con un sbocco su piazza Duca D'Aosta. Scavando nella storia, salta sempre fuori qualche sorpresa, come il bagno del re, con i servizi, rimessi a nuovo, che usava Vittorio Emanuele III. I rubinetti sono in finto oro e anche uno dei due specchi non è quello che sembra: aprendolo, si trova una scaletta strettissima, arrugginita. Il sovrano, che doveva avere un fisico da spazzacamino, raggiungeva l'esterno della stazione issandosi verso l'alto, per sfuggire a eventuali attentatori. Inoltre, i mobili antichi, anch'essi riportati in uso, sono stati realizzati dai bisnonni materni della Villa, che l'ha scoperto durante i restauri. «I Savoia passavano molto tempo qui, usando il Padiglione nelle soste tra i vari viaggi, ma anche per riunioni segrete. La Sala reale era divisa in salottini, separati da tendaggi», spiega la restauratrice. La sensazione, visitandolo ai giorni nostri, è che volessero impressionare i loro ospiti, con un messaggio di forza. C'erano tre fontane, che allora erano funzionanti. Le "sedute" in marmo mettono soggezione. La Sala delle armi è decorata con bassorilievi che riproducono tutti gli strumenti bellici possibili. L'unica cosa che manca è una cucina. Il cibo non era una cosa da maschi, perché immaginiamo che ci fossero in prevalenza uomini? Dovevano tenersi in forma? Probabilmente ci pensavano i servitori a nutrirli, con vivande fredde. La politica non amava neanche allora mischiarsi con la gente. I reali facevano una vita da vip, chiusi nel privée anche quando dovevano prendere un treno, in un gioiello nascosto della nostra città. «Il problema dei restauri, in Italia, è che si ottengono risultati grandiosi, con moltissimi sforzi, e poi si chiudono a chiave le opere e si butta via la chiave», fa notare la Villa, che ci ha guidato in questo tuffo negli anni Trenta. Consigliatissimo, potendo