Potrà piacere oppure no il nome, Madre, ma il fatto che conta è che finalmente si è inaugurato a Napoli il Museo d'Arte contemporanea, sogno di tanti artisti, galleristi, amanti delle arti, che per lunghi anni hanno inseguito, atteso, dibattuto, la realizzazione di questa struttura. Poteva sorgere al Mercato ittico di Luigi Cosenza, o ai Magazzini generali al Porto, oppure ancora a Palazzo Roccella prima che (anche qui: finalmente) si aprisse e venisse chiamato Pan. Ora è sorto nel cuore della Napoli antica (ed è un suggestivo contrasto, che però non stona affatto, tra la città storica e le nuove tendenze della creatività internazionale) e la parziale apertura ieri ha dimostrato con quale ansia si aspettava questo avvenimento. Una folla strabocchevole («da stadio», secondo un facile rimando) in paziente attesa fuori Palazzo Donnaregina, lungo via Settembrini - per alcuni scoperta, per molti riscoperta, in questa occasione - e poi, una volta giunti i rappresentanti istituzionali, in altrettanto paziente attesa per poter vedere «le stanze dell'arte», le quattordici sale inaugurate per questa prima tranche. Grazie al Museo, Napoli presenta un'altra formidabile presenza nel campo dell'offerta museale, che va a completare quella relativa all'arte antica e classica che è possibile ammirare all'Archeologico e a Capodimonte (tra i musei più prestigiosi a livello mondiale), e si fonde con le attività delle altre strutture come Castel Sant'Elmo, lo stesso Pan, la Galleria dell'Accademia di Belle Arti, gli altri musei cittadini. Palazzo Donnaregina versava in uno stato rovinoso, l'acquisto della Regione lo ha sottratto all'abbandono e gli ha dato un ruolo, una funzione, gli ha dato vita: l'edificio è stato ristrutturato da Àlvaro Siza, uno dei maestri riconosciuti dell'architettura, il lavoro che ha fatto è piaciuto a tutti, agli artisti e ai non artisti. Al momento è possibile vedere i lavori di Francesco Clemente, Gianni Kounellis, Luciano Fabro, Giulio Paolini, Richard Long, Sol LeWitt, Mimmo Paladino, Richard Serra, Domenico Bianchi, Rebecca Horn, Jeff Koons. Ieri mattina c'erano Clemente (con la moglie Alba e l'affascinante amica attrice Lauren Hutton), Kounellis, Fabro e Bianchi, tutti felici d'aver partecipato a questo momento, alla nascita del Museo di via Settembrini. Per loro i complimenti dei visitatori, per Clemente addirittura applausi che hanno colpito, ovviamente, l'artista napoletano-newyorchese: «Una giornata bellissima, ricca di segnali positivi per Napoli e per me. L'opera di Siza è stata straordinaria per la sensibilità, la flessibilità, e direi la poesia con cui l'architetto portoghese è intervenuto sul restauto dell'edificio. Come pure trovo esemplare il lavoro fatto da Cicelyn: ora andiamo avanti sperando di rilanciare sempre di più Napoli, grande culla di simboli e sempre pronta ad accoglierne altri. L'applauso? Mai successo... Incredibile». Sono, quelle esposte al Madre, collezioni permanenti, stabili, cui andrà a tener compagnia Hanish Kapoor. In autunno, è stato annunciato, seconda tappa per Palazzo Donnaregina, la cui attività è gestita e coordinata da una Fondazione regionale presieduta dal presidente della Regione, Antonio Bassolino (intervenuto con il sindaco Rosa Russo Iervolino e il presidente della Provincia Dino Di Palma), direttore Eduardo Cicelyn, consulente per l'arte del governatore campano, che al nuovo Museo ha dedicato moltissime energie (è stata anche la sua festa, ieri): la Fondazione si avvale d'un comitato scientifico guidato da Achille Bonito Oliva e composto da Rudi Fuchs e Vicente Todolì. Appuntamento in autunno, quindi: quando sarà inaugurato il secondo piano dell'edificio che ospiterà altre collezioni stabili, i prestiti di lungo periodo, provenienti da collezionisti e galleristi di livello internazionale (tra questi Ileana Sonnabend, Stein, grossi nomi del campo). Ma non sarà finita, perché il terzo piano sarà pronto con l'anno nuovo. ---------------------------------------------------------------- Quel santuario laico con i suoi tesori Vincenzo Trione Benvenuti nel santuario dell'arte contemporanea. Tra cripte e celle, corridoi e varchi, sentieri stretti e cortili. Un percorso esaltato dal silenzioso e quasi impercettibile restauro di Alvaro Siza. Non uno spazio «urlato», eclatante, che vuole attrarre, soprattutto, per l'involucro, secondo una consuetudine oramai sempre più diffusa a livello internazionale. Ma un ambiente raccolto, equilibrato. Un contenitore antico dentro il quale si muove la drammaturgia dei linguaggi attuali. Una pausa che interrompe le voci di un quartiere popolare, sul modello del Macba di Barcellona, che sorge alle spalle delle Ramblas. Palazzo Donnaregina non è solo un museo. È un evento che deve essere salutato con entusiasmo e con favore. Un appuntamento che è stato rinviato per molti anni. Un nodo centrale nel rinnovato sistema delle arti in città (insieme con il Museo dell'Accademia di Belle Arti e con il Pan). Un'ulteriore conferma della vitalità di Napoli, tra le poche metropoli italiane (con Torino) a investire e a scommettere sul «presente». Ma, soprattutto, il punto di approdo di una vicenda iniziata 12 anni fa, nel 1993, con la Montagna del Sale di Mimmo Paladino. Il Madre (un po' infelice la scelta di questo acronimo) è pensato come un territorio nel quale si incontrano temporalità diverse. Una storia recente, una storia lontana, una storia immediata. Ogni «capitolo» occupa un piano dell'edificio. Per ora, è stato inaugurato solo il primo livello. Gli altri due nasceranno tra la fine di quest'anno e il 2006, e ospiteranno, rispettivamente, le donazioni di importanti gallerie private e cicli di mostre antologiche (speriamo anche di maestri nati prima del 1930). L'incipit risulta piuttosto autocelebrativo (come emerge anche dalle fotografie di Peppe Avallone, all'ingresso). Ricostruisce alcuni significativi momenti della vicenda dell'arte negli spazi pubblici a Napoli nell'ultimo decennio. Gli artisti invitati (con l'eccezione di Bianchi e di Sol LeWitt), infatti, sono stati tra i protagonisti delle iniziative svoltesi in Piazza del Plebiscito e all'Archeologico. Ciascuno di essi ha avuto a disposizione una stanza monografica, nella quale ha agito con libertà, quasi richiamandosi a quanto è accaduto con «Le opere e i giorni», la rassegna ideata da Achille Bonito Oliva alla Certosa di Padula. Tanti paragrafi che si accostano in un libro segnato da qualche discontinuità. Alcuni artisti (Paladino, Clemente, Kounellis, Long, Sol LeWitt, Fabro) hanno proposto costruzioni «site specific» fino in fondo inedite. Altri (Paolini, Serra, la Horn, Koons), invece, si sono limitati a riproporre, con lievi cambiamenti, lavori già realizzati. Le distanze maggiori si possono cogliere nel rapporto con la struttura architettonica del museo. In diversi casi, si avverte una certa insensibilità progettuale, legata all'incapacità di stare dentro cappelle piccole. Le installazioni più efficaci appaiono quelle che si appropriano dei luoghi, invadendoli o infrangendone i confini. Alcuni artisti hanno trasformato completamente le loro cripte; altri hanno semplicemente disposto oggetti, elementi, in scenografie senz'anima. Di notevole forza la stanza di Clemente, che si sviluppa su due livelli, abitata da colori pastello e da una danza di sagome sciamaniche e animali, tra seduzioni astratte, su un pavimento bizantino. Quella di Paladino, con una scultura di spalle, su una distesa di grafie criptiche, incise sulla parete con la matita, come tatuaggi su una pelle dilatata. E quella di Serra, che ha perforato una parete, unendo due sale con una sequenza di menhir geometrici. Più scontato il tempio bianco circondato da tracce di Paolini e la carrellata di «capuzellas» riflesse in specchi circolari della Horn. Decisamente «cauti» gli incastri lineari di Sol LeWitt e la cascata marrone di Long. Troppo leggeri il vetro sabbiato, con cerchi sospesi, di Bianchi e il cielo stellato di Fabro. Prevedibile l'assemblage di Koons. Abbastanza deludente, infine, Kounellis. Un'opera fuori scala, non del tutto adeguata dal punto di vista dei rapporti e del dialogo con il contesto. Una vetrata, intervallata da quadrati colorati, su cui è poggiata un'immensa àncora. Minimi rilievi critici. Intanto, il Madre c'è. Che presto possa diventare unico, riconoscibile, lontano dalle omologazioni che affliggono larghe regioni dell'arte contemporanea.
Il Mattino
12 Giugno 2005
NUOVI MUSEI ARTE CONTEMPORANEA - A Napoli è nato il Madre
PA
Pasquale Esposito
Il Mattino
Artista / Persona
Bene culturale
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