L'altra estate. Uno storico americano trova le prove delle vite dei mori Alì e Morgiano. Il granduca mandò lo scultore Tacca nelle prigioni a cercare modelli I due schiavi di Livorno riscattati dalla bellezza Quante sono le opere d'arte che crediamo di conoscere, e che in realtà non abbiamo mai guardato davvero? Siamo nel periodo giusto per rimediare: per esempio, abbandonando - giusto per un paio d'ore - una delle tante, bellissime spiagge della costa, per andare a vedere con occhi nuovi i Quattro Mori, davanti al porto di Livorno. Ma cosa possiamo mai scoprire in questo famosissimo monumento dinastico, che celebra - spingendosi fin sulla soglia del ridicolo - i Medici come signori del Mediterraneo? Scolpito nel marmo di Carrara, il granduca Ferdinando I domina quattro 'cattivi', cioè quattro 'infedelì catturati dalla flotta toscana dei Cavalieri di Santo Stefano: mori per il colore della loro pelle, fissato per sempre nel bronzo. Non era solo un'allegoria: alla fine del regno di Ferdinando (1587-1609), a Livorno gli schiavi musulmani erano 6.000, la maggioranza assoluta dei 10.000 abitanti della città. Lo scultore Giovanni Bandini finì di scolpire il candido Ferdinando subito prima di morire, nel 1599: la statua fu trasportata da Firenze a Livorno, ma non fu montata fino al 1617. Nel frattempo, Cosimo II aveva chiesto al grande bronzista Pietro Tacca di terminare il monumento. Erano ormai i tempi di Caravaggio e Galileo. E il nuovo granduca volle che lo scultore studiasse dal vivo i suoi modelli, andando di persona a Livorno per cercare nel Bagno - l'enorme prigione che derivava forse il suo nome dalla parola turca banyol "carcere reale" - "uno stiavo di bella vista, et havere comodo di formarlo con cera" (così un dispaccio della corrispondenza medicea). Tacca avrebbe, insomma, 'calcatò nella cera un vero e vivo schiavo, per poi fonderlo in bronzo con le opportune varianti: così avvenne, e - dopo aver completato altre opere che la corte fiorentina considerava più urgenti - finalmente, nel 1638, i quattro mori presero posto sul monumento che oggi tutti consideriamo il simbolo stesso di Livorno. Il biografo Filippo Baldinucci racconta che, nel Bagno, Tacca "ebbe facoltà di valersi di quanti schiavi vi avesse riconosciuti dè muscoli più leggiadri, e più accomodati all'imitazione, per formarne un perfettissimo corpo. Uno di costoro fu uno schiavo moro turco, che chiamavasi per soprannome Morgiano, che per grandezza di persona, e per fattezze, d'ogni sua parte era bellissimo. Ed io che tali cose scrivo, in tempo di mia puerizia in età di dieci anni il vidi, e conobbi, e parlai con esso non senza gusto, benché in si poc'età; nel ravvisar, che io faceva a confronto del ritratto, il bello originale". Dalla cronaca livornese settecentesca di Mariano Santelli apprendiamo, inoltre, il nome del secondo modello di Tacca: "un robusto vecchio, detto Alì". Ebbene, da pochi mesi lo storico dell'arte americano Steven Ostrow ha pubblicato la prova documentale che non si trattava di invenzioni letterarie: Baldinucci e Santelli dicevano la verità. Egli ha rinvenuto una sorta di terribile inventario degli schiavi, un elenco - databile tra il 1608 e il 1624, proprio quando Tacca va a Livorno - di 164 "schiavi mori dè galeoni quali sono nel Bagnio, boni al remo". Tra di essi troviamo "Margiano di Macamutto, di Tangiur, di anni 25, da vendersi": un nero tangerino che probabilmente era stato già fatto schiavo dagli ottomani cui era stato sottratto dalla flotta toscana. E, tra gli schiavi classificati come "vecchi" - cioè ultraquarantenni - , abbiamo ben quattro Alì, tutti turchi: uno dei quali dev'essere stato il secondo modello di Tacca. Così, due mori su quattro - quelli dalle fattezze più evidentemente individuali - possono avere un nome: il nero africano è Morgiano (un soprannome che deriva da un tipo di uva particolarmente nera), il turco è Alì. Si tratta dei primi ritratti scultorei di schiavi sicuramente identificabili della intera storia occidentale. La ricerca storica ha fatto, dunque, un minimo di giustizia: e oggi in quel gruppo di cinque figure non è più solo Ferdinando dè Medici ad avere un nome, una biografia, una storia. E c'è un altro paradosso: da Baldinucci fino a noi, non c'è stato viaggiatore che non abbia scritto nel suo diario che i Mori di Tacca sono molto più belli del Ferdinando di Bandini. E la loro bellezza è, senza discussioni possibili, la bellezza di corpi umani: quella che dal primo Rinascimento fiorentino era tornata ad essere la misura di ogni altra bellezza. E così è stata l'arte - prima e più della politica, prima e più della religione - a gridare che gli schiavi neri e musulmani non erano uomini meno del bianco granduca di Toscana: Morgiano e Alì sono uomini come Ferdinando - e sono di Ferdinando più belli. Una verità rivoluzionaria, per il Seicento: e anche per noi, che stentiamo a riconoscere l'umanità - e certo non vediamo la bellezza - di tutti i Morgiano e degli Alì che arrivano nei porti italiani di oggi, condannati ad una nuova schiavitù.