Parlano in serbo. Anzi, urlano in serbo. Frasi ingiuriose, minacciose. Hanno i kalashnikov spianati, spingono i nostri soldati con le spalle al muro. Li immobilizzano, poi entrano nell'edificio, lo saccheggiano e fuggono con il bottino. Non siamo alla periferia di Sarajevo, siamo invece a Pietralata, Roma, nella sede della Brigata Granatieri di Sardegna e quella cui abbiamo assistito è la prima esercitazione in assoluto di "militari-archeologi". E' la grande novità dell'Esercito italiano. In un momento come questo, in cui guerre di ogni tipo stanno insanguinando il pianeta, i militari italiani hanno pensato di dare un'occhiata "tecnica" anche alle altre vittime dei conflitti, le opere d'arte. Esse custodiscono l'anima dei popoli, perciò sono sacre; ma in guerra le opere d'arte hanno bisogno di chi, a sua volta, custodisca loro. Hanno bisogno di chi vigili per non mandarle perdute. Sicché l'Esercito italiano, caso inedito nella storia militare internazionale, ha dato il via a dei team specializzati per queste operazioni. Stanno ancora studiando, i nostri granatieri, prima di diventare pienamente operativi. I loro insegnanti sono gli istruttori della Società italiana per la protezione dei Beni culturali, che agisce sotto l'egida dell'Unesco, Anna Paola Quargentan, capostaff, dice: «Vogliamo arrivare a creare un protocollo, è la prima volta che codificheremo delle procedure in questo senso. I militari avranno aree definite di competenze, non più affidate solo alla buona volontà dei singoli». Perché è vero, «i militari italiani hanno una certa propensione per questo tipo di attività», aggiunge il generale Mauro Del Vecchio, comandante della Scuola d'applicazione di Torino e fresco di intervento al convegno "Aree di crisi, missioni di pace e protezione e salvaguardia dei Beni artistici e culturali". «Se non ci fossero stati gli italiani - spiega il generale - tutto il patrimonio serbo-ortodosso avrebbe fatto una brutta fine. Gli albanesi, infatti, volevano vendicarsi delle loro moschee distrutte. L'odio per l'etnia contrapposta faceva diventare monumenti ed opere d'arte quasi l'obiettivo primario della lotta». Se ci sarà una risoluzione dell'Onu per indurre i contingenti militari a proteggere i Beni culturali nelle aree di crisi del pianeta, è molto probabile che agli italiani toccherà aprire la via nella specialità. A Kabul c'è un museo smembrato, non sarà facile ritrovarne i pezzi. In Iraq per il momento si può solo pregare che i bombardamenti risparmino le vite umane e i siti archeologici. Ma se si arriverà ad una pacificazione, anche qui i team italiani di storici dell'arte con le stellette potrebbero dare il loro contributo. Per i granatieri sarebbe un profumatissimo fiore all'occhiello. Ne è convinto il generale Umberto Caparro, comandante della Brigata. Che afferma, tuttavia: «Dovremo fare altre esercitazioni per migliorare la dottrina». Non si tratta infatti di essere solo bravi soldati ma di diventare anche esperti in diritto umanitario internazionale. Oltreché, naturalmente, in Storia dell'Arte.