Due giorni fa Salvatore Settis ha detto che «sembra quasi che si voglia distinguere una bad company (le soprintendenze e la cura del territorio, contro cui si schierava il premier Renzi quando era sindaco di Firenze) - e una good company che sono i musei, intesi come"valorizzazione". E le bad company sono fatte per essere liquidate». Oggi filtrano dal Mibact le piante organiche del doporiforma Franceschini: e a leggerle è evidente che quella liquidazione è già avvenuta. Un solo storico dell'arte dovrà occuparsi di tutte le Marche, in 3 dovranno tutelare Milano, Como, Bergamo, Lecco, Lodi, Monza-Brianza, Pavia, Sondrio e Varese, in 2 Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli, in 7 tutta la Campania di De Luca, e ancora in 3 Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Malissimo saranno, poi, ripartite le forze superstiti: sui miseri 377 storici dell'arte totali, ben 240 lavoreranno nei musei. L'Istituto nazionale per la grafica avrà tanti storici dell'arte (9) quanti le soprintendenze di Roma, Napoli e Firenze (con Prato e Pistoia) messe insieme; a Venezia 14 storici dell'arte per i musei, mentre per città e Laguna solo 4; a Caserta 5 saranno chiusi nella Reggia, e uno difenderà il territorio. La valorizzazione batte la tutela due a uno, e i "siti minori" (il 90 del patrimonio) sono scientemente abbandonati. Più sensata appare la ripartizione degli archeologi (solo 428 per tutta la Penisola; e non parliamo del deserto di archivi e biblioteche), ma va malissimo al paesaggio: come potranno 634 architetti delle soprintendenze tener testa alle domande dei ben 150mila colleghi professionisti? E come potranno rispondere entro 120 giorni alle richieste delle amministrazioni pubbliche che vogliono fare autostrade e nuove urbanizzazioni? La sottosegretaria ai Beni culturali Ilaria Borletti Buitoni ha ieri annunciato le proprie dimissioni se la «norma primitiva» del silenzio assenso dovesse rimanere: una limpida fermezza che manca nelle equilibristiche parole del ministro Dario Franceschini. Una recentissima sentenza del Consiglio di Stato (la 3652 del 2015) ha esemplarmente chiarito che alle soprintendenze è affidato il compito costituzionale «di valutare, in termini non relativi ad altri interessi, l'impatto paesaggistico». È la fisiologia di una democrazia moderna: ma senza personale tecnico subentra la patologia, e il territorio muore. E, nonostante le armi di distrazione di massa (come l'annuncio dell'arena superkitsch del Colosseo), è evidente che la morte della tutela è la notizia di questa torrida estate.
Se la tutela è già in liquidazione
Il ministro Dario Franceschini ha annunciato le nuove disposizioni per la gestione dei musei e delle soprintendenze. Le piante organiche del doporiforma Franceschini sono state filtrate dal Mibact, e sembra che la liquidazione delle bad company (le soprintendenze e la cura del territorio) sia già avvenuta. Solo un storico dell'arte dovrà occuparsi di tutte le Marche, mentre in altre città ci saranno solo 2-3 storici dell'arte per i musei. La valorizzazione batte la tutela due a uno, e i "siti minori" del patrimonio sono scientemente abbandonati. L'Istituto nazionale per la grafica avrà 9 storici dell'arte, mentre per città e Laguna solo 4.
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