Massimo Montella Professore di Economia e gestione dei beni culturali all'Università di Macerata Il ministro Franceschini annuncia per il biennio 2015-16 investimenti di 80 milioni per i beni culturali del Centro-Nord in aggiunta ai 490 per il Mezzogiorno. Ogni tanto una buona notizia. Rallegriamocene. Però non tutti ne convengono. Anzi c'è chi s'indigna e grida allo scandalo. Con quali motivazioni? La prima sarebbe che dall'elenco dei prescelti restano fuori siti altrettanto importanti. Ma questo appiglio non regge, perché, se anche questi fossero stati compresi, la lista degli esclusi sarebbe comunque restata purtroppo infinita. Una seconda ragione sarebbe che la destinazione delle risorse non rispetta le priorità. Sappiamo però che se si decidesse di costituire una commissione di esperti incaricata di stabilire quali siano queste priorità da rispettare, difficilmente se ne verrebbe a capo in modo concorde. Altra spiegazione sta nel timore che i nostri monumenti possano ospitare in futuro manifestazioni kitsch: uno stile che, dimentichi della finezza critica di Dorfles, viene disprezzato anzitutto e forse soltanto perché si lega ai consumi di massa. Ma il futuro è tutto da scrivere e non si vede come facciano ad antivedere questi esiti. Il motivo vero, del resto apertamente dichiarato, è infine uno solo e fa premio su tutto: l'ostinata avversione al progetto di restituire il piano dell'arena al Colosseo. Eppure è il modo perché l'anfiteatro ritrovi la sua giusta immagine. Eppure si tratta del rimedio ad un cattivo intervento precedente. Eppure, se poi ospitasse manifestazioni convenienti, il complesso sarebbe ancor meglio utilizzato che non ora. È che, molto semplicemente, l'avversione a questo progetto è diventata una bandiera di partito. Il partito dei sedicenti benpensanti, incessantemente impegnati a far mostra di indignazione, come se fosse sintomatica di palati raffinati: mon Dieu, le kitsch! È diventata la bandiera dei paladini della tutela, risoluti avversari della valorizzazione, da loro presentata come sinonimo di mercificazione, così da legittimarsi come sacerdoti del sacro valore della cultura «alta». Ma lo scandalo non sta certo nella necessità di valorizzare le ricchezze culturali che l'Italia possiede. Al contrario, per dirla con Giovanni Urbani, allora ottimo direttore dell'Istituto Centrale per il Restauro, lo «scandalo è che la condizione prima della sopravvivenza di questo patrimonio stia nel puro e semplice riconoscimento del suo valore ideale, non accompagnato da nessuna azione intesa a integrare questo valore nei nostri modi di vita». Una buona decisione, dunque, quella del ministro Franceschini. Certo è che in aggiunta a questa decisione sarebbe tempo di considerare che insieme alla capacità di spesa - sempre auspicabile - occorre una capacità di governo dell'intera nazione. Bisogna essere in grado di manutenere e valorizzare quel «museo diffuso» sulla cui importanza lo stesso Franceschini insiste, che non è fatto soltanto di eccellenze, di monumenti dello Stato. Se si vuole far diventare una realtà il «museo diffuso» è urgente concertare con gli enti territoriali l'impianto di organismi tecnici per la conservazione preventiva, oltre che l'organizzazione di una minuziosa itineraria incardinata sui musei locali e servita da una comunicazione diversa - per una volta - dalle solite chiacchiere in storia dell'artichese.